Caro Paolo,
leggo con piacere che il mio invito nella blogosfera è stato accolto, ed oggi, addirittura, inizi a godere dei frutti di questo utile strumento. All’inizio avevo deciso che nel blog non ci sarebbe stato spazio per la mia malattia; mi presentavo al mondo come Stefania Calledda, studentessa di Scienze Politiche, ma ben presto questo ruolo iniziò a starmi un po’ stretto perché per me la malattia non ha mai rappresentato un elemento a sé stante, ma una dimensione dello spirito, una parte di me che mi rende la persona che oggi sono diventata e forse, ti sembrerà paradossale, la fonte primaria di tanta ricchezza umana.
Quando mi fu confermata la diagnosi al Centro, quel novembre, io iniziavo il secondo anno accademico e ancora la nostra Cagliari mi era sconosciuta. Tu mi hai accolto nella vostra grande famiglia associativa: galeotto fu il centro per la riabilitazione, ovvero c’incontrammo per la prima volta in palestra; cercavamo di insegnare al nostro cervello la differenza tra il normale e il patologico, quando le strategie per stare in piedi diventano abitudini scorrette della postura. Da allora mi ha sempre colpito la tua grande sensibilità ed intelligenza, l’entusiasmo e la voglia di fare e sicuramente, rimani la persona con cui sento maggiori affinità caratteriali. Così, quando quel giorno mi facesti leggere i tuoi testi, non esitai, notando una certa predisposizione letteraria al raccontare, a consigliarti di intraprende l’esperienza del blog.
Nelle nostre lunghe telefonate riesco sempre a percepire le tue qualità umane e mi sento spesso capita, perché anche tu come me vivi la nostra malattia in maniera attiva con il tuo impegno costante in associazione, con solidarietà e passione per tutto quello che fai: solo chi vive appieno la nostra realtà può capire perché per noi andare al Centro non è più una condanna, ma un momento di condivisione, di arricchimento, di riflessione. La nostra comunità è un luogo dove s’agita un’umanità esasperata, elevata all’ennesima potenza, una forza emotiva che faccio fatica a contenere, e sarà forse per la mia giovane età, mi sento come un vulcano pronto ad eruttare, un magma incandescente che ribolle, mentre tu hai dalla tua parte la pacatezza, la misura, la diplomazia dell’esperienza: così in entrambi vedo quel sentimento di gratitudine, di stima ed infine d’affetto, per chi lavora per noi e per chi c’è compagno di strada. E ingabbiati nei nostri ruoli, spesso sono più le cose non dette, ed impari a gioire dei piccoli gesti, delle piccole attenzioni, perché, dopo tanti anni di battaglie insieme, ancora mi sorprendo di quanta umanità ci sia dietro quelle “divise”.
Chiamare tutto questo amicizia è sicuramente inesatto, forse riduttivo: per quanto mi sforzi di cercare di capire cosa ci spinga a raccontare di noi a persone sconosciute, a felicitarci o a rattristarci per cose che non ci toccano direttamente, cosa ci leghi così saldamente da partecipare alla vita altrui senza alcuna invadenza, tutto questo sfugge al pensiero razionale. Del resto solo noi capiamo l’euforia per un gradino in più, un metro in più, cosa significa quando la malattia sconvolge la tua intimità, cos’è la fatica, l’impotenza. E in tutto questo mio percorso umano, credimi, c’eri anche tu, Paolo, con quel senso di protezione verso noi giovani, quel grande abbraccio solidale, la speranza, l’ottimismo, l’esempio di vita che mi hai portato e che porti a tutti noi, di tenacia, di energia, e che oggi mi porta a ringraziarti, rimandando le nostre riflessioni al prossimo incontro.
Un abbraccio,
Stefania