Dovete sapere che io non amo uscire, soprattutto la sera, visto che invece preferisco alzarmi presto: le prime ore del mattino sono per me assai proficue per leggere, scrivere, pensare. Sì lo so, sono poco fashion, ma me ne farò una ragione. Ogni tanto, comunque, qualcuno tenta di stanarmi e dopo “Borat”, sono stata costretta a vedere “300”, un film epico, stile “Il gladiatore”, sulla famosa battaglia delle Termopili, in cui gli spartani resistettero all’ondata dell’esercito persiano, inutilmente.
Un film tipicamente americano, grande scenografia, le luci giuste, le immagini giuste, i soliti attori con gli addominali scolpiti ben in evidenza che certo non dispiacciono (anche se questi spartani strafatti di anabolizzanti sono poco credibili), la storia d’amore sullo sfondo che non manca mai, tanto per far vedere anche un seno qua e là, insomma è anche un bel film se non hai il palato troppo fine. L’unica cosa che proprio mi crea un certo fastidio è la palese propaganda filo americana e guerrafondaia.
La battaglia delle Termopili ha soprattutto un valore simbolico: trecento valorosi uomini combatterono con coraggio contro la barbarie persiana per difendere la libertà (sai che libertà a Sparta!), per fermare l’avanzata degli eserciti orientali e salvare la grande civiltà occidentale dalla schiavitù. Questi spartani sembrano più che altro dei marines che parlano un linguaggio da cowboys texani, la violenza e il sangue imperversano, ma tutto si giustifica nel buon nome della libertà. Insomma, mi pare di avere un déjà vu e, se conoscessi la letteratura greca (ammetto la mia vergognosa ignoranza), troverei sicuramente tante di quelle cantonate hollywoodiane che ogni impalcatura statunitense si sgretolerebbe a colpi di citazioni.
Nessun personaggio si leva dalla massa a ricordare quale sciagura sia la guerra, non so, di solito questo è il compito che si dà ai ruoli femminili, ma in questo film la donna si schiera al fianco del suo audace uomo e con onore si vendica dell’offesa subita, ovviamente con una certa crudeltà perché la libertà si conquista a caro prezzo, “quello del sangue”. Atene è vista, agli occhi degli spartani, come un insieme di “filosofi effeminati” e non c’è spazio per il pensiero, la guerra chiama, proprio come a Washington. Immancabile, come già ho scritto due post più sotto, oltre alle consuete cause giuste della guerra, si rivela la disumanizzazione del nemico: cataste di cadaveri fanno da malta alle mura spartane, re Serse sembra un transessuale isterico, i soldati persiani sono dei mostri, orrendi e deformi e non manca lo Smigol traditore, tanto per fare qualche riferimento a “Il signore degli anelli” che fa incassi; questi persiani non hanno niente di umano, l’unica cosa umana è forse la viltà. Guarda caso l’antica Persia è oggi l’Iran e ha ragione il critico cinematografico Giancarlo Zappoli quando scrive: “Woody Allen diceva che quando ascoltava Wagner gli veniva voglia di invadere la Polonia, vedendo 300 può venir voglia di invadere l'Iran”.
Sarà anche vero che nell’antichità l’esaltazione della guerra era pane quotidiano, il guerriero aveva un suo valore, una sua etica che certo, dopo duemila anni e più, non può essere condivisa; la riflessione che però mi inquieta è che in fondo non è cambiato poi granché, “niente di nuovo sotto il sole”.
Insomma, il non plus ultra della propaganda americana. Se nel vedere “Borat” non ho riso, di fronte a “300” il sorrisino sarcastico non è mancato.
Stefania Calledda