
“Il guaio è che amare è una cosa difficile,
ed è più facile essere grandi scienziate o grandi scrittrici.”
Salvatore Satta, Il giorno del giudizio.
A dare un senso ai miei ritorni in terra barbaricina sono forse, soprattutto, pomeriggi come quello dell’altro giorno, quando con immensa gioia ho potuto rivedere i miei amici più cari, lasciati proprio qui a Nùoro.
Avevo raggiunto E. per il caffè e, mentre risciacquava le tazzine, S. la chiamò al telefono. E. rispose impaziente di risentire il nostro caro amico e incalzò subito dicendo: “Ciao, qui ho una bella ragazza bionda con gli occhi azzurri.” S. non si fece sfuggire l'occasione per una battuta: “Ne ho ordinata una per Natale, ma non mi è ancora arrivata. Se mi aspettate, fra mezzora sono da voi.” E. confermò che l'avremmo atteso e, chiuso il telefono, mi riferì quanto si erano detti e ci facemmo sane, grasse risate.
E., fisioterapista impegnata in prima linea nell’associazione, vive partecipando delle vicissitudini dei malati, dove spesso il vero problema sono le famiglie, incapaci di gestire situazioni difficili, gravate dalla presenza di disabili non autosufficienti, abbandonati dal mondo, dalla medicina e dagli affetti; S., sempre in viaggio per nuove mete, una passione artistica e lo sguardo disincantato di chi ogni giorno mette al primo posto la dignità.
S. è per me l’altra faccia della medaglia: è come vedersi allo specchio, ma in versione maschile. Quel cinismo beffardo, il sarcasmo pungente, il parlare ruvido e diretto che ci fa ridere amaramente, mentre gli altri rabbrividiscono. Da tempo non ci s’incontrava più e quel pomeriggio, tra un bicchiere e l‘altro, tra un caffè e l’altro, finalmente mi liberavo dei miei fantasmi e per una volta iniziavo a sentirmi compresa. Il tempo volò, e quando arrivò l’ora di cena, decisi che era tempo di tornare a casa.
Io: “Io vado, S. vuoi un passaggio?”
S.: “Sì, volentieri.”
Salutammo E., organizzandoci per il prossimo incontro ed infine raggiungemmo la mia auto.
S.: “Molto carina la tua Yaris, compatta.”
Io: “Carina? Non offendere la mia sacra macchina con il sacro cambio automatico!”
S.: “Deve essere molto comodo...”
Io: “Sì, senza quest’aggeggio non guiderei, è la mia indipendenza! Giro a destra?”
S.: “Sì sì.”
Il cielo sopra Nùoro iniziava ad oscurarsi, calava la temperatura e sui nostri sorrisi c’era tutta la contentezza d’esserci ritrovati, dopo un anno e più, fianco a fianco, come se ancora una volta ci sentissimo infine meno soli.
“Sei ritornato poi in quel tredicesimo piano?”, dissi, riferendomi al reparto di neurologia dell’ospedale S. Francesco di Nùoro.
S.: “Non ancora, ci tornerò prima o poi, ma con una tanica di benzina ed un fiammifero!”
Io: “Ahahahahah! Chiamami allora, ti do una mano! L’ho rivisto da poco ad un convegno quell’asino, alla fine dell’intervento della mia dottoressa ha commentato “bravissima come sempre”. Ti giuro, ho sentito un brivido, sempre il solito viscido.”
S.: “Brava di certo.”
Io: “Ci puoi contare, glielo insegna a quello là come si leggono le risonanze, a Milano stanno ancora ridendo per le cazzate che hanno scritto nella mia cartella. Ho impressa la sua faccia di merda quando ha detto a mia madre che per me poteva solo votarsi ai santi. Allo stop dove vado?”
S.: “Dritta Ste. Ringrazio il caso che mi ha fatto capitare a Cagliari. Ultimamente ci vado molto svogliatamente, è un periodo che sono un po’ girato di palle.”
Io: “Sapessi… io sono in crisi da un anno quasi, a novembre mi sono guardata indietro e mi sono accorta che c’era qualcosa che non andava, mi ero così abituata a star male che pensavo sarebbe andata sempre peggio. Poi a febbraio ne ho parlato con la dottoressa e abbiamo salutato l’interferone e lì è cominciato il problema.”
S.: “Cambiare farmaco è sempre una svolta importante, alla fine carichiamo su queste cose materiali troppo, le nostre paure, le nostre prospettive per il futuro…”
Io: “Già… tutti mi dicevano che dovevo essere contenta, del resto senza rebif stavo benissimo, in realtà mi è mancata la terra sotto i piedi, tutta la mia presunzione di aver capito come gestire la malattia, di non farmi prendere dall’emotività, invece due mesi sull’orlo dell’attacco di panico, altro che supereroe, la mia sicurezza del cazzo è svanita con il rebif, guardavo il frigo vuoto e pensavo “E adesso?”.”
S.: “Sì sì, ti capisco benissimo, quando è finita la sperimentazione, quando non mi davano più la mia tabellina da compilare, mi sono trovato disorientato, credo che fosse…”
Io: “Io la chiamo sindrome d’abbandono.”
S.: “Sì esatto, hai paura di essere abbandonato.”
Io: “E poi a maggio è morta quella mia amica, è stato devastante per me… una pugnalata, due settimane con un dolore tremendo nel petto, facevo fatica a respirare. Non l’ho ancora superato.”
S.: “Quanti anni aveva?”
Io: “Ventotto, tre esami alla laurea.”
S.: “Certo che queste cose ti fanno incazzare.”
Io: “Ero molto arrabbiata sì, incattivita, non ho mai sopportato le ingiustizie e questa mi sembrava un’ingiustizia. Tutto questo ha aumentato le mie preoccupazioni e mi sono rimessa sulle difensive.”
A quel punto, ormai arrivati a destinazione, parcheggiai la macchina e spensi il motore.
Io: “Io sono stata sempre molto diffidente verso questi camici bianchi, del resto, per la nostra esperienza, non poteva che essere così. Però quest’anno dovevo fidarmi ed affidarmi per forza e allora ho messo in discussione molte cose, il camice non bastava più e avevo necessità di sentire la persona dietro quel camice. Bisogna costruire un rapporto che vada oltre i colpi di martelletto e infatti credo… credo di aver scelto un buon interlocutore.”
S.: “Hai proprio ragione, devo sistemare anche io questa questione e secondo me stai agendo nel modo giusto, l’importante è vivere con naturalezza quello che viene.”
Io: “Sì, io come sai sono un libro aperto… chiedimi e ti sarà dato.”
S.: “Ora vado, sempre in gamba Stefà.”
Io: “Anche tu, a giovedì!”
Capii allora che non ero proprio da camicia di forza, che esiste un universo di paure condivise e, con il cuore alleggerito, tornavo a casa pronta ad affrontare questa precaria esistenza.
S.C.