Prima di riuscire ad elaborare un testo perlomeno dignitoso che riassuma i temi e gli spunti di riflessione che hanno caratterizzato le giornate di venerdì e di sabato, 5 e 6 ottobre, mi propongo ora di portare alla vostra attenzione alcune mie riflessioni personali.
Più volte si è sostenuta la tesi che la scuola ha bisogno di ben altro che di nuovi e più numerosi computer, con un chiaro riferimento alle ormai famose “Tre I” della riforma Moratti. Devo dire che questa frase è alquanto rischiosa, e dietro a quella che può apparire come una constatazione, un’ovvietà, non vorrei che si scivolasse nel solito luogo comune della tecnologia, nello specifico il mezzo informatico, come semplice capriccio consumistico.
L’analfabetismo informatico che colpisce soprattutto, guarda caso, i paesi meno sviluppati, e tra questi l’Italia, fanalino di coda dell’Europa e dell’Occidente, il genere femminile e le categorie sociali più disagiate, è la primaria fonte di nuove e prossime forme di disuguaglianza. Per essere radicalmente gramsciani, mi pare che porre l’accento su questo nuovo analfabetismo sia indispensabile per leggere una realtà che ancora una volta si propone a noi sotto la sterile veste dell’esclusione.
Conoscere il linguaggio informatico, ovvero il futuro della comunicazione e per certi versi anche il presente, è una necessità storica che ci permette di spezzare le dinamiche della disuguaglianza che oggi si stanno costruendo. Coscienza e conoscenza sono le fondamenta della lotta contro la disuguaglianza.
Penso al Gramsci del quaderno dedicato alla Fisica, al Gramsci che ascolta gli operai che spiegano il funzionamento delle loro macchine e della catena di montaggio. Dobbiamo essere i protagonisti dei cambiamenti, non gli spettatori; inoltre, lo strumento informatico, come ho avuto più volte modo di spiegare, è un mezzo potenzialmente efficace nello stimolare la partecipazione attiva di un numero sempre più ampio di persone, insomma, non lasciamo il web solo ai Grillo di turno.
Internet è inoltre una vasta fonte di conoscenza, permette l’accesso ad un’informazione plurale più veloce e più immediata; ciò che dobbiamo ancora imparare è a distinguere e qualificare questa quantità smisurata di informazioni, ma per farlo, dobbiamo conoscere il mezzo, le sue potenzialità distruttive e costruttive. Concludo quindi dicendo che, non solo ci vogliono più computer nelle scuole, ma anche nelle case, nelle biblioteche, nei centri della cultura e in qualunque spazio pubblico.
Altra questione che proprio in questo periodo sto affrontando a mio modo, con la mia solita dedizione al testo, alla lettura, è il più volte ricordato metodo di studio gramsciano: egli scrive, a tal proposito, di “volontà ferrea e rigorosa disciplina”.
Riparto proprio da questo imperativo per percorrere, sulle orme di Nereide Rudas, le lettere dell’uomo Gramsci, del malato Gramsci. L’oppressione della malattia, nel filosofo sardo, è una costante e quotidiana realtà che ritengo non possa non aver influito sul suo pensiero e cioè sulla sua concezione del mondo. Nonostante gli impegni onerosi che il mondo accademico m’impone, sto sviluppando una mia personale lettura dei frammenti gramsciani, che derivano dalla mia particolare sensibilità nei confronti della malattia, nel senso ampio e filosofico del termine. Spero presto di rendervi partecipi del mio percorso: la mia esperienza di studentessa affetta da una patologia cronica è caratterizzata da volontà e autodisciplina.
Per ora mi limito a dire che "volontà ferrea e rigorosa disciplina" sono la scelta razionale di un uomo che combatte per prima cosa la propria limitatezza fisica, che ricalca la metodicità, il forte autocontrollo, la battaglia continua con la fatica ed il dolore, che contraddistinguono la vita, finemente organizzata, di uno studioso, colpito pesantemente dal proprio stato patologico. Nessuno si è posto finora in modo serio questa problematica, perciò il mio sarà un modesto tentativo di approccio ai testi, un’ipotesi di lavoro per cui chiedo la vostra partecipazione attiva in riferimento proprio a questa mia particolare modalità di sguardo.
S.C.