Ci sono cose che solo un appassionato di jazz può comprendere, come l’emozione sottile prima che inizi l’esibizione: il palco ancora vuoto d’anime, il pianoforte a coda e la sua panca, le bacchette e le spazzole poggiate sul rullante, il metallo dei piatti e dei fiati, e magari, nel suo solitario riposo, un sassofono sta al centro, circondato dal legno lucido di un contrabbasso, ed ancora percussioni, ed ancora cordofoni, ed il respiro del futuro nei suoi sintetizzatori, l’emersione del digitale tra i più consueti pentagrammi.
E poi arrivano i musicisti, e quel momento sospeso è rotto da un lungo applauso che smorza ogni senso d’attesa e si comincia. Strani artisti questi jazzmen e jazzwomen, eleganti, ma senza superbia, naturali, ma senza ingenuità, modesti, simpatici, senza prendersi troppo sul serio, eppure assolutamente eccezionali, straordinariamente persone normali: un minuto prima iperuraniche creature dell’armonia, un minuto dopo ti siedono accanto per ascoltare qualche loro amico o conoscente, con la tua stessa meraviglia negli occhi, e tu sei lì che fai finta di niente, ma sei ben consapevole di sedere vicino ad un genio.
Anche nel vestire puoi notare piccole sfumature, particolari di un incontrovertibile estro, ma quello che vale, alla faccia del consumo frettoloso della musica leggera, che sforna icone da fastfood, un po’ della serie “due volte nella polvere/ due volte sull’altar”, sono le capacità artistiche, un misto di tecnica e di fantasia, le doti e la fatica dello studio, il tutto concentrato in un’ora di assoluto godimento per le tue orecchie.
E poi c’è il pubblico, diviso in due grandi categorie: la prima è quella degli appassionati che stanno lì dal pomeriggio con un panino per cena nella sacca, composti e silenziosi, educati ed informati, a volte guardano con curiosità il forsennato diteggiare sui tasti, altre volte stanno a testa bassa ed occhi chiusi, ad ascoltare concentrati ogni singola nota, isolando gli strumenti per assaporarne singolarmente le prodezze dei suoi esecutori, ed ogni tanto ci scappa un urletto di compiacimento e non fanno mai mancare l’applauso; poi ci sono “quelli del dopo cena”, quelli che vanno a seguire i concerti per non stare a casa davanti al televisore, che di jazz non sanno niente e nemmeno hanno alcun interesse a saperne qualcosa di più, che ridacchiano e chiacchierano alle tue spalle, improvvisando discorsi da esperti del settore, senza nemmeno riconoscere la differenza tra un sax ed un clarinetto. In quei momenti vorresti essere uno di quei nerboruti giocatori di rugby per aspettarli all’uscita a pugni stretti. Indovinate a quale categoria appartengo?
Così giro per le sale con i miei cappellini che “fanno molto jazz”, ma questo non lo sapevo, l’ho scoperto frequentando quell’ambiente; eppure io adoro questo accessorio da tempi non sospetti, da quando ero bambina esattamente, per cui gli amici sanno che se vuoi regalarmi qualcosa c’è un passaggio obbligato per libri, camice e berretti. (Vedi reperto)
Ne vedi di tutti i colori: dallo stile alternativo al radical chic, dalla cravatta alla scarpa da ginnastica, tutti, rigorosamente, con il loro cappellino d’ordinanza, e per una volta anche io inizio a sentirmi troppo conformista. Non manca il truzzo: il soggetto, nelle varianti maschile e femminile, veste griffato dalla testa ai piedi e s’aggira con aria di superiorità e aperitivo alla mano; arriva nelle ore più tarde per mischiarsi agli altri giovani e dimenarsi nella sala dedicata al djset. Hanno anche una gran faccia di bronzo: l’ultima sera una truzza si è avvicinata a me e a Matteo, mentre ci dirigevamo alla macchina, con tanto di abbigliamento “troppo trendy”, per chiederci il pass per entrare a scrocco al Jazz Expo, mentre il ragazzo guardava per terra, credo per la vergogna. Vogliamo dirlo? Una che mi porge la mano per il pass con le sue unghie rifatte alla perfezione come per chiedere l’elemosina, fa una gran figura da pezzente! Detto questo, noi i pass glieli abbiamo dati e poi non ci siamo fatti mancare il commento: “ma guarda ‘sta stronza!”
S.C.