Un metro quadrato di cielo
dentro una finestra.
La vita è li fuori.
Posso immaginare di respirarla.
Tutto il silenzio del mondo
nei cinque petali tremanti
sul fiore aperto della mia mano.
Matteo Basile
C’è qualcosa che mi affascina, che mi attira e mi rapisce, nelle finestre delle case e nei finestrini delle auto, dei treni e degli aerei. È come se davvero io fossi soltanto uno spettatore della realtà e tutto avviene fuori, di là dal vetro, quella spessa e trasparente barriera a difesa della mia intimità e del mio sguardo severo ed attento, che non risparmia le minuzie della strada, che a vederla così, senza soffermarcisi troppo, non ha una trama avvincente, è soltanto un complesso di banalità per le quali ci vuole una buona dose di follia per trovare nell’assolutamente insignificante, l’infinito disegno dell’esistere.
No, non sono l’indifferente testimone di una realtà in cui preferisco non agire, che certo Gramsci stigmatizzerebbe, sono piuttosto l’osservatore arendtiano che scruta incuriosito tra le pieghe del reale, analizzando e metabolizzando, elaborando e fantasticando costruzioni narrative che forse nessuno leggerà mai. Ma cosa importa, niente è più letterario del gusto del raccontare fine a se stesso.
E non oso nemmeno immaginare cosa avrebbe detto Freud su questa mia passione per i varchi, così richiamati nei miei versi e tanto decantati in prosa; certo, anche io dovrei essere meno ambigua e preferire argomenti ben più, per così dire, fallici. Diciamo che sono junghiana.
Indubbiamente ci sarebbe tanto materiale per la psicoanalisi nella scelta di guardare il mondo attraverso una cornice. È come se preferissi non partecipare alla vita, la guardo, protetta dai tendaggi e dalle vetrate, la vedo scorrere fuori dai finestrini ad alta velocità. C’è, ma è là fuori e questo mi basta: ne ho paura o forse sono solo molto pigra, ed allo stesso tempo ne sono maledettamente incuriosita.
Così, continuo ad aprire finestre sul mondo, come questo blog, per esempio, o la raccolta di poesie che ho pubblicato, che cos’è se non una finestra sul mio mondo, la malattia, il Centro, la realtà ospedaliera, legami che s’intessono sul filo sottile della condivisione e della speranza, e basta un gesto o una parola mancata che il filo si spezza.
S.C.