“Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza, agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo, organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza” Antonio Gramsci




"Ho una sorta di melanconia, contro la quale posso combattere solo cercando di capire, solo pensando a queste cose fino in fondo." Hannah Arendt

E-MAIL
scrivi







Per ricevere gli aggiornamenti del Blog nella tua e-mail iscriviti:



BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Categorie
cinema
citazioni
csm stories
eventi
filosofia
medicina e ricerca
musica
poesia
politica
religione ed ateismo
riflessioni
semplicemente stefania
swedish dream
telestupidaggini
una storia come tante






Image Hosted by ImageShack.us



LA FORZA PROPULSIVA DELL'INQUIETUDINE
Quando parliamo di inquietudine ci riferiamo a qualcosa di negativo. Invece io credo che dietro la parola inquietudine si celi una grande forza che la pace, la tranquillità e la serenità non possono dare. La parola inquietudine ci induce a pensare a qualcosa di irrequieto, in movimento, di instabile. Tutto ciò che è stabile per definizione non si muove. E se non si muove non cambia, ma si radica e si pietrifica lasciando tutto esattamente com’è. Ma diceva il filosofo “tutto scorre”. Ciò significa che l’essenza della vita è il cambiamento, il movimento. Perciò l’uomo è per sua natura inquieto, nel senso che da sempre nella storia è spinto da una irrequietezza che è il suo primo motore. Dal canto mio ribadisco più volte nelle mie poesie che non c’è pace per me. La mia più grande forza da sempre è questa irrequietezza che, si badi, è però estremamente distruttiva. Purtroppo di gente ferma nella vita ne incontriamo tanta: una schiera di ipocriti che non batte ciglio davanti a niente. Ribadisco ancora che l’indignazione è un valore irremovibile, una rabbia costruttiva che inquieta lo spirito e per questo lo fa muovere. Certo è vero che chi non si smuove davanti all’ingiustizie della vita campa 100 anni. Ma la condizione da soprammobile dell’esistenza è veramente auspicabile?Ovviamente no.

Stefania Calledda

ULTIMO LIBRO LETTO

Joseph E. Stiglitz, "La globalizzazione che funziona", Einaudi, 2006.



Ipse dixit
Non c'è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l'homo faber dall'homo sapiens. Ogni uomo infine, all'infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un "filosofo", un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare. Antonio Gramsci.

L'indifferenza è il peso morto della Storia.E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. Antonio Gramsci

Numero ospiti graditi
*loading* visitatori

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
Credits
Template by: Matteo Pisanu

Opzioni


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami
copyright
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial -NoDerivs 2.0 Italy License.

La forze propulsiva dell'inquietudine


postato da FronEsis82 alle ore 14:03
martedì, 15 luglio 2008

Permalink ? commenti (6)? commenti (6)(popup)
categoria : politica, riflessioni, religione ed ateismo

postato da FronEsis82 alle ore 14:13
mercoledì, 13 febbraio 2008

Partito Democratico

Il nostro “Obama dei poveri”, ovvero Walter Veltroni, ha deciso di seguire le orme della carismatica figura dell’americano Barack Obama, che continua la sua ascesa come candidato democratico alla Casa Bianca. Obama ha trascinato milioni di persone con gli slogan “yes we can”, “change: we can believe in”, “stand for change”, e noi? Abbiamo il Walter nazionale con il suo “si può fare”, che più che un punto esclamativo finale mi pare abbia i tre puntini di sospensione e mi aspetto un seguito tipo “ma anche… no”. Primo premio per l’originalità! Notare la sottile differenza tra il “noi possiamo” di Obama, che evidenzia la partecipazione di tutti i cittadini, e l’impersonale “si può fare” da attribuire a non si sa bene chi.

 

Coalizioni

Da destra a sinistra s’invoca una presunta libertà elettorale: tutti vogliono concorrere da soli, per poi aprire, dopo le elezioni, assurdi tavoli di trattative, alleanze del momento, inciuci fuori da ogni etica della responsabilità e logica della dialettica politica governo-opposizione. Il trionfo del trasformismo! La destra segue l’ultima moda dell’assemblaggio: da una parte ex comunisti, che non sono mai stati comunisti e sono capitati nel PCI per caso, a sentire i candidati, e cattolici ferventi, tra cilicio ed escursioni notturne per marciapiedi; dall’altra il populismo berlusconista e il fascismo di Alleanza Nazionale, ripulito e beatificato dalla democrazia. Prepariamoci a trasversali piroette neoliberiste.

 

Sinistra arcobaleno

Ma Bertinotti non doveva andare in pensione? Il partito con la falce e il martello nel cuore, per usare le parole del candidato premier, ma lungi dal mostrarlo sul simbolo, ha ormai assecondato la deriva politica italiana. Tutt’altro che alternativa alla processione parlamentare verso la ricostituzione partitica a base personalistica, ma sempre più vuota di idee e di significati, sbanda sempre più verso destra. Sono sempre più indecisa se votare Topo Gigio o Mastro Lindo.

 

La cattolicissima Italia

Stendiamo un velo pietoso sulla Rosa Bianca, passata come un tram sulla sua Storia. E nemmeno mi soffermerei troppo su un Casini che, escluso dai deliri d’onnipotenza della destra, chiama, per farsi rincuorare, un paterno Ruini. Piuttosto è terribilmente impressionante come la CEI, Conferenza Episcopale Italiana, non abbia perso l’occasione per erigersi, ancora una volta, a Santa Inquisizione contemporanea, tra preoccupazioni per la troppo poca rilevanza politica dei partiti d’ispirazione cattolica, e bacchettate al film “Caos Calmo” per una scena di sesso, giudicata immorale: pare che i vescovi non abbiano accettato il fatto che i due personaggi facessero sesso in piedi, per lo più vestiti e senza nemmeno guardarsi in faccia; probabilmente sarebbe stata preferibile la ben nota posizione del missionario. Insomma, alla faccia dell’insegnamento evangelico “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che di spirituale al potere ecclesiastico sia rimasto ben poco. In più, lo psiconano, cioè Berlusconi, si è precipitato a strizzare l’occhio al più grande gruppo di pressione politica italiano, la Chiesa con i suoi sacerdoti, sbandierando un’ipotesi di moratoria sull’aborto. L’antiabortismo torna di moda, come la prostituzione per una comparsata in tv, e in tutto questo, a proposito di laicità, vediamo la pagliuzza nell’occhio della nazione turca, ma non la trave che attraversa il nostro Paese da parte a parte, tanto per stare in tema. Se torniamo ancora un poco più indietro, cominciamo ad usare la clava.

 

Guerra e Pace

Ma dove sono finite le bandiere arcobaleno? Prossima fermata? Teheran. Quanti Vietnam ancora?

S.C.    

Permalink ? commenti (17)? commenti (17)(popup)
categoria : politica, riflessioni, religione ed ateismo

postato da FronEsis82 alle ore 09:17
martedì, 21 agosto 2007

"CITTA' DEL VATICANO - Che il web diventi terra (virtuale) di missione. I gesuiti di Civiltà Cattolica lanciano la sfida: il Verbo deve essere diffuso anche su Second Life. Il quindicinale della Compagnia di Gesù dedica infatti un articolo al mondo degli avatar creato da Philip Rosedale, riflettendo sui rischi e sulle potenzialità della predicazione su internet.
Nel mondo in 3D in cui molti assumono una seconda identità per potersi permettere quel che nella vita reale viene negato (compresi comportamenti malavitosi e avventure erotiche hot), esiste anche un fenomeno religioso. L'universo di Sl, fanno notare i gesuiti, si sta popolando di luoghi di "culto" e di aggregazione spirituale. Spazi dedicati alla preghiera, come moschee, chiese, conventi, sorgono per raccogliere i fedeli vistuali.
Così i gesuiti si sono chiesti: "C'è (cyber)spazio per Dio?". Per rispondere forse i tempi della seconda vita non sono ancora maturi, ma già esiste "una sorta di piazza delle religioni in cui si ritrovano ricostruzioni (del tutto arbitrarie, comunque) di una cattedrale, di una moschea, di una pagoda, di un tempio zen, di un tempio indù, di una sinagoga, di un tempio Kiva e di un museo dedicato all'umanesimo". Un certo bisogno di preghiera e riflessione, dentro al metaverso, pare dunque esistere. Al punto che qualcuno, spiegano i gesuiti, sta pensando di offrire "un'esperienza di Dio" virtuale.
Ma, scrive
Civiltà Cattolica, dietro ai personaggi creati dalla fantasia dei navigatori ci sono uomini e donne veri, forse alla ricerca di Dio e della fede. Per questo su Second Life "ogni iniziativa capace di animare positivamente i residenti è da considerare opportuna". Perché non bisogna dimenticare che "la terra digitale, a suo modo, anch'essa terra di missione". "

la Repubblica.it, 26 luglio 2007

 

Ci mancavano solo loro su Second Life, devono rompere i c******i pure su internet!


Permalink ? commenti (10)? commenti (10)(popup)
categoria : politica, riflessioni, religione ed ateismo

postato da FronEsis82 alle ore 11:59
mercoledì, 23 maggio 2007

 
Buona visione a tutti!


Ricordo ai lettori più affezionati che è ora disponibile la newsletter, iscrivetevi mi raccomando!


Permalink ? commenti (9)? commenti (9)(popup)
categoria : politica, riflessioni, religione ed ateismo

postato da FronEsis82 alle ore 15:47
mercoledì, 04 aprile 2007

Dalla “Guerra Santa” alla “Guerra Umanitaria”:

suggestioni per la lettura

 

In questa travagliata contemporaneità, non vi è tema più dibattuto di quello della guerra: se ne mette in discussione l’efficacia pratica, in un calcolo razionale che pone alla base il rapporto costi-benefici, si discute dei mezzi, in un excursus storico che dalla spada giunge ai moderni apparati militari, in tutta la loro potenza criminale contro l’umanità, e dei fini, nell’era della massima espansione della democrazia e della conseguente necessità dei governi di indossare la veste più bella dell’umanitarismo e dell’eticità. Ritornano in auge termini che la modernità pareva aver per sempre cancellato, l’ombra nefasta della giustificazione religiosa e l’empio ricorso al giudizio morale, scavando nelle coscienze individuali con il grimaldello dei “valori assoluti ed universali”.

Si riafferma, con un balzo di secoli e di oblio, il concetto di “guerra giusta”, o perlomeno giustificata, il pericolo del nemico per l’occasione disumanizzato, incapace di comprendere, culturalmente e quasi geneticamente distante, distacco, quest’ultimo, che pare manifestazione di un inquietante strascico degli autoritarismi del secolo scorso.

Scriverà Michael Walzer, nel suo Just and Unjust Wars, che l’intervento militare è sempre giustificato di fronte ad “atti che sconvolgono la coscienza morale dell’umanità”, riconoscendo nella moltitudine un unicum che riesce persino ad avere una propria coscienza, quella che lo stesso autore definirà l’ordinary morality che, a costo dell’abominio, bisogna salvaguardare. È certamente discutibile l’idea stessa dell’esistenza di una ordinary morality, di un senso comune dell’etico condiviso da tutta l’umanità: questo concetto rappresenta, credo agli occhi di tutti o dei più, una falla mostruosa nel pensiero dell’intellettuale americano. Non solo, la difesa della morale è spesso la causa scatenante del conflitto, ma deve riguardare solo la parte avversa; infatti, “gli interventi non possono essere fatti dipendere dalla purezza dei suoi agenti”.

Per capire meglio quale aberrazione si celi dietro parole come “guerra giusta”, “etica universale” o “coscienza morale dell’umanità”, è necessario fare un passo indietro.

 

Riprendo tra le mani il saggio di Marco Geuna “Le relazioni fra gli stati e il problema della guerra”. Una piena formulazione teorica della “guerra giusta” ci è data da Tommaso nella sua Quaestio quarantesima della Secunda secundae della Summa theologiae: l’autorevole teologo non può far a meno di soffermarsi sulla questione del “bellum iustum” poiché questo concetto nasce proprio per favorire e giustificare moralmente le crociate, la guerra santa contro gli infedeli, ieri come oggi, musulmani. Tommaso “aveva sostenuto che si poteva parlare di guerra giusta quando fossero presenti contemporaneamente le tre condizioni seguenti: che la guerra fosse dichiarata dall’autorità pubblica, e non da privati, che venisse intrapresa per iustae causae, prima fra tutte l’autodifesa, e in terzo luogo che la guerra venisse combattuta con recta intentio, avendo di mira la pace e non i beni terreni più contingenti come l’ampliamento del territorio o dei domini della comunità politica”.

A questa dotta elaborazione teorica seguiranno le riflessioni di Bernardo di Clairvaux: egli non esita a dichiarare giusta ogni guerra combattuta contro gli infedeli, soprattutto se condotta in difesa dei Luoghi Santi, “la guerra contro il male esterno, contro gli infedeli, per quanto profondamente relata con al guerra contro il male interno, con la pugna spiritualis contro il peccato, trovava così una sua piena giustificazione teologica”. Ecco comparire la distinzione tra justi ed injusti hostes (o perpetui hostes) in cui il nemico non è uomo, ma impersonifica il male stesso. La violenza si legittima religiosamente, non si uccidono uomini, ma il male. La morale, ovviamente quella cristiana ed europea, diveniva il limite sia delle cause, intese come ragioni, della guerra, il cosiddetto jus ad bellum, sia del modo di condurre le ostilità, soprattutto riguardo agli strumenti utilizzati, ovvero lo jus in bello.

 

Bisognerà attendere la modernità perché la guerra si liberi da questo sostrato morale che, legittimando la violenza sanguinaria degli eserciti cristiani, privava paradossalmente lo scontro di qualsiasi pietà e quindi di quell’etica stessa che aveva mosso l’azione bellica. Esemplificativo, delle nuove teorie sulla guerra e sul diritto internazionale, è il “modello normativo di Westfalia”. Affermatosi con la “Pace di Westfalia” del 1648, che pose fine alla “Guerra dei Trent’Anni”, si delinea un modello giuridico e filosofico, avente le seguenti caratteristiche: “a) i soggetti di diritto internazionale sono esclusivamente gli Stati; b) non esiste un legislatore internazionale dotato del potere di porre norme che valgano automaticamente erga omnes, fonte del diritto è l’autorità sovrana degli Stati; c) l’accertamento e l’attuazione delle norme giuridiche  internazionali sono affidati o agli apparati interni a ciascun ordinamento statale o a procedure internazionali, preventivamente accordate; d) la sovranità degli Stati e la loro eguaglianza giuridica sono principi assoluti e incondizionati; e) ogni Stato ha pieno diritto di ricorrere alla guerra o ad analoghe misure coercitive per attuare i propri diritti o per proteggere i propri interessi” (Danilo Zolo, Cosmopolis).

La “logica statalista”, che si palesa nei punti messi in evidenza, ha rappresentato, pur nei suoi limiti, un superamento dello “bellum iustum” medievale, riconoscendo l’uguaglianza degli Stati che, in nome della propria intangibile sovranità, hanno pari diritti di ricorrere alla guerra: nessuno Stato può ergersi ad esportatore di valori morali, né da portatore di sviluppo o di democrazia, per utilizzare un linguaggio a noi più familiare. È utile a tal proposito ricorrere al pensiero di Thomas Hobbes: il filosofo inglese “chiarisce che il potere sovrano è il potere ultimo, il potere che non soffre di limitazioni ad opera di un potere maggiore (…) si può ritenere del tutto estranea e contraria alle prospettive di Hobbes la creazione di un potere sovrastatale e sopranazionale, che verrebbe inevitabilmente a limitare la sovranità assoluta e indivisibile dei singoli Stati”. Ed ancora, si specifica “la condizione in cui vivono gli Stati è sì una condizione di anarchia, di assenza di un potere comune, ma essi non mettono in atto una guerra di tutti contro tutti, vivono piuttosto in una condizione di guerra potenziale, in una “posizione di guerra”; gli Stati hanno sì il diritto naturale di distruggersi l’un l’altro, ma sembrano preferire, per lunghi tratti di tempo, l’apprestare le loro difese e il controllare le mosse dei loro vicini”. Infatti, la guerra “qualche volta serve ad aumentare la ricchezza dei cittadini, ma per lo più la diminuisce” (su Hobbes, M. Geuna).

 

Queste logiche saranno messe in discussione con l’attestarsi di un nuovo modello, quello della “Santa Alleanza”, che investirà non solo tutta la Restaurazione ottocentesca, ma sarà ispiratore della creazione della “Società delle Nazioni” prima, alla fine del primo conflitto mondiale, e delle “Nazioni Unite” poi, a seguire il secondo conflitto mondiale. Non mi soffermo sulla questione O.N.U. che apre ampi spazi di discussione sul ruolo dell’organizzazione medesima e sulla sua efficacia. La mia dissertazione ha semplicemente lo scopo di mettere in evidenza come le teorie della “guerra giusta” contemporanea, in modo particolare il richiamo allo scopo umanitario della guerra, siano la più infame delle restaurazioni che, a giustificazione delle politiche di potenza occidentali, riesce a tornare indietro di secoli, legandosi a concetti tipicamente medievali.

Per affrontare il tema della cosiddetta “guerra umanitaria” prendo spunto dal saggio di Alberto Castelli, intitolato “Per una critica della guerra umanitaria”. A partire dal caso della guerra in Kosovo, esempio della strategia occidentale di mascheramento dei reali interessi degli agenti belligeranti a favore di una marcata propaganda che giustifica il conflitto sulla base di valori morali, è possibile rinvenire alcuni schemi, categorie concettuali, che tendono a ripetersi e che troveremo in altre situazioni, l’Iraq come l’Afghanistan per intenderci. L’intervento NATO in Kosovo fu ufficialmente avviato a causa delle violenze serbe nei confronti dell’etnia albanese, residente in quel territorio. Mi addentrerò su alcune questioni filosofiche.  

Chiediamoci, innanzi tutto, se sia possibile una guerra morale: da Tony Blair a Paolo Flores D’Arcais, l’azione NATO in Kosovo fu salutata come la guerra giusta per eccellenza, “basata non su ambizioni territoriali ma su valori”, come disse il capo del governo inglese. Secondo D’Arcais addirittura esisterebbe una “vocazione  dell’Europa” a garantire con ogni mezzo la tolleranza nel continente. M. Walzer sposò la causa pro intervento anche allora. Certamente critico, rispetto a questa amena visione della guerra, fu il già citato Danilo Zolo: “il nucleo centrale delle critiche di Zolo consiste nel sostenere che la dichiarazione, continuamente ripetuta dai dirigenti politici attraverso i mass media, secondo cui la guerra sarebbe motivata da ragioni umanitarie, è semplicemente uno “strumento di autolegittimazione della guerra da parte di chi la sta conducendo”” (Alberto Castelli). Chiaro il riferimento a Carl Schmitt che, nel saggio “Der Begriff des Politischen”, “aveva sottolineato a più riprese che nei casi in cui uno Stato dichiari di combattere per uno scopo ideale, in realtà, “cerca di impadronirsi, contro il suo avversario, di un concetto universale per potersi identificare con esso (a spese del suo nemico)”. E a proposito di quali siano gli ideali più adatti a prestarsi a questo tipo di utilizzo, Schmitt aggiunge che “l’umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico””. La retorica e la propaganda politica che riempie i palinsesti televisivi, la stampa e quant’altro è la prassi quotidiana in cui siamo immersi. La guerra insomma, per usare le parole dello stesso Zolo, “è moralmente intrattabile”.

Altro quesito in merito è sicuramente la contraddizione in termini che scaturisce dall’affiancare i diritti umani ai mezzi della guerra, ovvero le armi. A questo proposito, sempre dallo stesso saggio, cito la riflessione di Luigi Ferrajoli: “la guerra è la negazione del diritto e dei diritti, primo tra tutti il diritto alla vita, così come il diritto, al di fuori del quale nessuna tutela dei diritti è concepibile, è la negazione della guerra. (…) La guerra è regressione allo stato selvaggio, non solo nelle relazioni internazionali, ma anche in quelle interne, nelle quali no a caso finisce con l’incentivare ed assecondare, come è accaduto in Kosovo nei settantotto giorni di bombardamenti, ogni possibile nefandezza. Sempre, contrariamente al dilemma “o guerra o Auschwitz” insensatamente proposto a sostegno di questa guerra, i peggiori crimini contro l’umanità - incluso l’olocausto – sono stati alimentati e coperti dalla guerra, che perciò non è l’alternativa ma semmai l’anticamera di Auschwitz”.

Inutile ribadire che gli Stati Uniti non sono esempio di purezza etica, per cui non si capisce nel nome di quale “plenitudo potestatis” muovano le loro pedine sulla scacchiera mondiale. La risposta è da ricercare in quel “modello della Santa Alleanza” di cui ho accennato più sopra. E c’è da chiedersi se il massimo teorico della “guerra giusta filo americana”, ovvero Walzer, non abbia cancellato dalla propria coscienza il concetto di onestà intellettuale, visto e considerato che è un esponente autorevole delle lobbies ebraiche statunitensi.

 

È giusto, a questo punto, tirare le fila del discorso. Nella guerra Santa come nella guerra umanitaria esiste un richiamo alle “iustae causae”. La causa giusta è necessaria, d'altronde, ogni volta che si richiamano i principi morali. Per Walzer la giusta causa è quella che definisce “supreme emergency”: “secondo Walzer di fronte a un pericolo “inusuale e orrendo” per il quale si prova non solo una eccezionale paura ma anche una ripugnanza morale, nessun limite di carattere etico può essere rispettato da chi ne sia minacciato” (D. Zolo). E del resto l’abbiamo visto, ad Abu Ghraib come a Guantanamo, come sia facile offendere, umiliare, attraverso la tortura, spesso a carattere sessuale, quelli che i crociati avrebbero definito “injusti hostes” e per questo disumanizzati, denudati e resi inermi. Assolutamente condivisibile è la seguente affermazione di Danilo Zolo a proposito di Walzer: “le categorie morali vengono liberamente modellate per arredare a piacere pregiudizi cognitivi e valutativi. L’etica si riduce a un apparato retorico-persuasivo di tipo scolastico, quando non a un semplice gergo accademico”. E mi chiedo infine quale sia la sensibilità legittimata e definire come “inusuale e orrendo” un atto, forse solo quella occidentale ebraico-cristiana? È possibile ritenere esistente una morale condivisa ad ogni latitudine e da ogni etnia e cultura presente nel globo? Credo che si evidenzi, in questo testo, la mia assoluta riprovazione nei confronti di questa visione occidentalocentrica che non è altro che la maschera con la quale si nascondono gli interessi economici e politici delle grandi potenze occidentali.

 

 Stefania Calledda

 

 NB: per motivi grafici non è possibile utilizzare le note a margine.

Permalink ? commenti (17)? commenti (17)(popup)
categoria : citazioni, politica, riflessioni, filosofia, religione ed ateismo

postato da FronEsis82 alle ore 16:28
domenica, 01 aprile 2007

 

Dal “Corriere della Sera”:

Bagnasco: nuova bufera sui Dico

Il presidente della Cei: «Se cade l'etica, poi è difficile dire di no anche a incesto e pedofilia».

«Perché quindi dire no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia?», si domanda il prelato riferendosi ai Dico. «Perché dire di no all'incesto, come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene?. Perché dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? Bisogna avere in mente queste aberrazioni secondo il senso comune e che sono già presenti almeno come germogli iniziali».


 

Permalink ? commenti (9)? commenti (9)(popup)
categoria : politica, riflessioni, religione ed ateismo

postato da FronEsis82 alle ore 15:58
mercoledì, 14 marzo 2007

Il nostro caro “Maledetto XVI” continua la sua crociata contro la modernità e la post modernità. In questi giorni ha dichiarato che in Parlamento è bene comportarsi da “bravi cattolici” e dare “pubblica testimonianza della propria fede”, come se la catto-ipocrisia della classe politica non avesse già raggiunto la bassezza più irritante. Tornano temi quali le leggi naturali, con un vuoto temporale di secoli che ha riconosciuto quelle stesse prassi come acquisizione storica umana, l’idea di verità assoluta ed universale, mistificazione di ciò che si affermato invece attraverso avvenimenti reali e per questo relativi allo spazio e al tempo, in cui svetta il valore fondante della famiglia, nucleo da cui da sempre la Chiesa si è nutrita, con il passaggio di generazione in generazione dei valori tradizionali, tra cui l’ossequio verso l’autorità, cosa assai cara alla gerarchia ecclesiastica. Si rimarca il ruolo genitoriale, rappresentato ovviamente dall’unione indivisibile uomo-donna, dove la seconda è ovviamente “per natura” portata alla cura della prole e del focolare domestico. Vengono negati i sacramenti ai divorziati ed ai risposati (e adesso chi glielo dice a Casini?) e, per impedire l’emorragia di fedeli che s’allontanano dalle proprie parrocchie, il lampo di genio degli illuminati pastori d’anime pensa bene di ripristinare la messa in latino ed i canti gregoriani. Astuti! Il divorzio e l’aborto rimangono le gravi piaghe che affliggono la società; in compenso la pedofilia diffusa negli ambienti sacerdotali è ben più tollerata o meglio, è occultata. Ci vorranno molti decenni ancora perché venga scardinata l’istituzione della famiglia tradizionale, sottoponendola ad un’analisi più critica che ne rilevi i rapporti di potere interni e se ne concepisca un nuovo concetto. Non mi soffermerei sull’intricato argomento. Quello che tengo a sottolineare è che sono molto dispiaciuta per "la poca fermezza" del Papa: il cilicio? La Santa Inquisizione?

Non c’è dubbio che in piena crisi della politica partitica, non poteva che emergere il potente apparato ecclesiastico: come non profittare dello sbando in cui s’affollano ominicchi e quaqquaraqquà, solo per convenzione definiti “onorevoli”. Il problema non è la Chiesa in sé, che per propria propensione non può che parlare dal pulpito puntando il dito su questa società peccaminosa; piuttosto mi preoccupa una moltitudine, purtroppo influente, su cui è particolarmente persuasiva e che costringe allo stallo un Paese intero. Il referendum del 2005 è l’esempio lampante di come religione, disinformazione e manipolazione mediatica, siano un mix implosivo per la società civile. La battaglia sui diritti civili in Italia rasenta il ridicolo: mentre discutiamo della legge compromissoria sui DI.Co., per la quale non me la sento di manifestare la mia condivisione (tra PACS e DI.Co. c’è una gran bella differenza), nel resto dell’Occidente la questione nemmeno si pone, visto e considerato che si è già consolidata una legislazione sul tema che ha semplicemente regolamentato una situazione di fatto, preesistente alla stessa normativa. L’influenza della Chiesa cattolica si radica prepotentemente solo in Italia, Paese dove subire la riprovazione di questa istituzione pare far parte dell’esperienza quotidiana.  Staremo a vedere.

 

Stefania Calledda

Permalink ? commenti (14)? commenti (14)(popup)
categoria : politica, riflessioni, religione ed ateismo