Dalla “Guerra Santa” alla “Guerra Umanitaria”:
suggestioni per la lettura
In questa travagliata contemporaneità, non vi è tema più dibattuto di quello della guerra: se ne mette in discussione l’efficacia pratica, in un calcolo razionale che pone alla base il rapporto costi-benefici, si discute dei mezzi, in un excursus storico che dalla spada giunge ai moderni apparati militari, in tutta la loro potenza criminale contro l’umanità, e dei fini, nell’era della massima espansione della democrazia e della conseguente necessità dei governi di indossare la veste più bella dell’umanitarismo e dell’eticità. Ritornano in auge termini che la modernità pareva aver per sempre cancellato, l’ombra nefasta della giustificazione religiosa e l’empio ricorso al giudizio morale, scavando nelle coscienze individuali con il grimaldello dei “valori assoluti ed universali”.
Si riafferma, con un balzo di secoli e di oblio, il concetto di “guerra giusta”, o perlomeno giustificata, il pericolo del nemico per l’occasione disumanizzato, incapace di comprendere, culturalmente e quasi geneticamente distante, distacco, quest’ultimo, che pare manifestazione di un inquietante strascico degli autoritarismi del secolo scorso.
Scriverà Michael Walzer, nel suo Just and Unjust Wars, che l’intervento militare è sempre giustificato di fronte ad “atti che sconvolgono la coscienza morale dell’umanità”, riconoscendo nella moltitudine un unicum che riesce persino ad avere una propria coscienza, quella che lo stesso autore definirà l’ordinary morality che, a costo dell’abominio, bisogna salvaguardare. È certamente discutibile l’idea stessa dell’esistenza di una ordinary morality, di un senso comune dell’etico condiviso da tutta l’umanità: questo concetto rappresenta, credo agli occhi di tutti o dei più, una falla mostruosa nel pensiero dell’intellettuale americano. Non solo, la difesa della morale è spesso la causa scatenante del conflitto, ma deve riguardare solo la parte avversa; infatti, “gli interventi non possono essere fatti dipendere dalla purezza dei suoi agenti”.
Per capire meglio quale aberrazione si celi dietro parole come “guerra giusta”, “etica universale” o “coscienza morale dell’umanità”, è necessario fare un passo indietro.
Riprendo tra le mani il saggio di Marco Geuna “Le relazioni fra gli stati e il problema della guerra”. Una piena formulazione teorica della “guerra giusta” ci è data da Tommaso nella sua Quaestio quarantesima della Secunda secundae della Summa theologiae: l’autorevole teologo non può far a meno di soffermarsi sulla questione del “bellum iustum” poiché questo concetto nasce proprio per favorire e giustificare moralmente le crociate, la guerra santa contro gli infedeli, ieri come oggi, musulmani. Tommaso “aveva sostenuto che si poteva parlare di guerra giusta quando fossero presenti contemporaneamente le tre condizioni seguenti: che la guerra fosse dichiarata dall’autorità pubblica, e non da privati, che venisse intrapresa per iustae causae, prima fra tutte l’autodifesa, e in terzo luogo che la guerra venisse combattuta con recta intentio, avendo di mira la pace e non i beni terreni più contingenti come l’ampliamento del territorio o dei domini della comunità politica”.
A questa dotta elaborazione teorica seguiranno le riflessioni di Bernardo di Clairvaux: egli non esita a dichiarare giusta ogni guerra combattuta contro gli infedeli, soprattutto se condotta in difesa dei Luoghi Santi, “la guerra contro il male esterno, contro gli infedeli, per quanto profondamente relata con al guerra contro il male interno, con la pugna spiritualis contro il peccato, trovava così una sua piena giustificazione teologica”. Ecco comparire la distinzione tra justi ed injusti hostes (o perpetui hostes) in cui il nemico non è uomo, ma impersonifica il male stesso. La violenza si legittima religiosamente, non si uccidono uomini, ma il male. La morale, ovviamente quella cristiana ed europea, diveniva il limite sia delle cause, intese come ragioni, della guerra, il cosiddetto jus ad bellum, sia del modo di condurre le ostilità, soprattutto riguardo agli strumenti utilizzati, ovvero lo jus in bello.
Bisognerà attendere la modernità perché la guerra si liberi da questo sostrato morale che, legittimando la violenza sanguinaria degli eserciti cristiani, privava paradossalmente lo scontro di qualsiasi pietà e quindi di quell’etica stessa che aveva mosso l’azione bellica. Esemplificativo, delle nuove teorie sulla guerra e sul diritto internazionale, è il “modello normativo di Westfalia”. Affermatosi con la “Pace di Westfalia” del 1648, che pose fine alla “Guerra dei Trent’Anni”, si delinea un modello giuridico e filosofico, avente le seguenti caratteristiche: “a) i soggetti di diritto internazionale sono esclusivamente gli Stati; b) non esiste un legislatore internazionale dotato del potere di porre norme che valgano automaticamente erga omnes, fonte del diritto è l’autorità sovrana degli Stati; c) l’accertamento e l’attuazione delle norme giuridiche internazionali sono affidati o agli apparati interni a ciascun ordinamento statale o a procedure internazionali, preventivamente accordate; d) la sovranità degli Stati e la loro eguaglianza giuridica sono principi assoluti e incondizionati; e) ogni Stato ha pieno diritto di ricorrere alla guerra o ad analoghe misure coercitive per attuare i propri diritti o per proteggere i propri interessi” (Danilo Zolo, Cosmopolis).
La “logica statalista”, che si palesa nei punti messi in evidenza, ha rappresentato, pur nei suoi limiti, un superamento dello “bellum iustum” medievale, riconoscendo l’uguaglianza degli Stati che, in nome della propria intangibile sovranità, hanno pari diritti di ricorrere alla guerra: nessuno Stato può ergersi ad esportatore di valori morali, né da portatore di sviluppo o di democrazia, per utilizzare un linguaggio a noi più familiare. È utile a tal proposito ricorrere al pensiero di Thomas Hobbes: il filosofo inglese “chiarisce che il potere sovrano è il potere ultimo, il potere che non soffre di limitazioni ad opera di un potere maggiore (…) si può ritenere del tutto estranea e contraria alle prospettive di Hobbes la creazione di un potere sovrastatale e sopranazionale, che verrebbe inevitabilmente a limitare la sovranità assoluta e indivisibile dei singoli Stati”. Ed ancora, si specifica “la condizione in cui vivono gli Stati è sì una condizione di anarchia, di assenza di un potere comune, ma essi non mettono in atto una guerra di tutti contro tutti, vivono piuttosto in una condizione di guerra potenziale, in una “posizione di guerra”; gli Stati hanno sì il diritto naturale di distruggersi l’un l’altro, ma sembrano preferire, per lunghi tratti di tempo, l’apprestare le loro difese e il controllare le mosse dei loro vicini”. Infatti, la guerra “qualche volta serve ad aumentare la ricchezza dei cittadini, ma per lo più la diminuisce” (su Hobbes, M. Geuna).
Queste logiche saranno messe in discussione con l’attestarsi di un nuovo modello, quello della “Santa Alleanza”, che investirà non solo tutta la Restaurazione ottocentesca, ma sarà ispiratore della creazione della “Società delle Nazioni” prima, alla fine del primo conflitto mondiale, e delle “Nazioni Unite” poi, a seguire il secondo conflitto mondiale. Non mi soffermo sulla questione O.N.U. che apre ampi spazi di discussione sul ruolo dell’organizzazione medesima e sulla sua efficacia. La mia dissertazione ha semplicemente lo scopo di mettere in evidenza come le teorie della “guerra giusta” contemporanea, in modo particolare il richiamo allo scopo umanitario della guerra, siano la più infame delle restaurazioni che, a giustificazione delle politiche di potenza occidentali, riesce a tornare indietro di secoli, legandosi a concetti tipicamente medievali.
Per affrontare il tema della cosiddetta “guerra umanitaria” prendo spunto dal saggio di Alberto Castelli, intitolato “Per una critica della guerra umanitaria”. A partire dal caso della guerra in Kosovo, esempio della strategia occidentale di mascheramento dei reali interessi degli agenti belligeranti a favore di una marcata propaganda che giustifica il conflitto sulla base di valori morali, è possibile rinvenire alcuni schemi, categorie concettuali, che tendono a ripetersi e che troveremo in altre situazioni, l’Iraq come l’Afghanistan per intenderci. L’intervento NATO in Kosovo fu ufficialmente avviato a causa delle violenze serbe nei confronti dell’etnia albanese, residente in quel territorio. Mi addentrerò su alcune questioni filosofiche.
Chiediamoci, innanzi tutto, se sia possibile una guerra morale: da Tony Blair a Paolo Flores D’Arcais, l’azione NATO in Kosovo fu salutata come la guerra giusta per eccellenza, “basata non su ambizioni territoriali ma su valori”, come disse il capo del governo inglese. Secondo D’Arcais addirittura esisterebbe una “vocazione dell’Europa” a garantire con ogni mezzo la tolleranza nel continente. M. Walzer sposò la causa pro intervento anche allora. Certamente critico, rispetto a questa amena visione della guerra, fu il già citato Danilo Zolo: “il nucleo centrale delle critiche di Zolo consiste nel sostenere che la dichiarazione, continuamente ripetuta dai dirigenti politici attraverso i mass media, secondo cui la guerra sarebbe motivata da ragioni umanitarie, è semplicemente uno “strumento di autolegittimazione della guerra da parte di chi la sta conducendo”” (Alberto Castelli). Chiaro il riferimento a Carl Schmitt che, nel saggio “Der Begriff des Politischen”, “aveva sottolineato a più riprese che nei casi in cui uno Stato dichiari di combattere per uno scopo ideale, in realtà, “cerca di impadronirsi, contro il suo avversario, di un concetto universale per potersi identificare con esso (a spese del suo nemico)”. E a proposito di quali siano gli ideali più adatti a prestarsi a questo tipo di utilizzo, Schmitt aggiunge che “l’umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico””. La retorica e la propaganda politica che riempie i palinsesti televisivi, la stampa e quant’altro è la prassi quotidiana in cui siamo immersi. La guerra insomma, per usare le parole dello stesso Zolo, “è moralmente intrattabile”.
Altro quesito in merito è sicuramente la contraddizione in termini che scaturisce dall’affiancare i diritti umani ai mezzi della guerra, ovvero le armi. A questo proposito, sempre dallo stesso saggio, cito la riflessione di Luigi Ferrajoli: “la guerra è la negazione del diritto e dei diritti, primo tra tutti il diritto alla vita, così come il diritto, al di fuori del quale nessuna tutela dei diritti è concepibile, è la negazione della guerra. (…) La guerra è regressione allo stato selvaggio, non solo nelle relazioni internazionali, ma anche in quelle interne, nelle quali no a caso finisce con l’incentivare ed assecondare, come è accaduto in Kosovo nei settantotto giorni di bombardamenti, ogni possibile nefandezza. Sempre, contrariamente al dilemma “o guerra o Auschwitz” insensatamente proposto a sostegno di questa guerra, i peggiori crimini contro l’umanità - incluso l’olocausto – sono stati alimentati e coperti dalla guerra, che perciò non è l’alternativa ma semmai l’anticamera di Auschwitz”.
Inutile ribadire che gli Stati Uniti non sono esempio di purezza etica, per cui non si capisce nel nome di quale “plenitudo potestatis” muovano le loro pedine sulla scacchiera mondiale. La risposta è da ricercare in quel “modello della Santa Alleanza” di cui ho accennato più sopra. E c’è da chiedersi se il massimo teorico della “guerra giusta filo americana”, ovvero Walzer, non abbia cancellato dalla propria coscienza il concetto di onestà intellettuale, visto e considerato che è un esponente autorevole delle lobbies ebraiche statunitensi.
È giusto, a questo punto, tirare le fila del discorso. Nella guerra Santa come nella guerra umanitaria esiste un richiamo alle “iustae causae”. La causa giusta è necessaria, d'altronde, ogni volta che si richiamano i principi morali. Per Walzer la giusta causa è quella che definisce “supreme emergency”: “secondo Walzer di fronte a un pericolo “inusuale e orrendo” per il quale si prova non solo una eccezionale paura ma anche una ripugnanza morale, nessun limite di carattere etico può essere rispettato da chi ne sia minacciato” (D. Zolo). E del resto l’abbiamo visto, ad Abu Ghraib come a Guantanamo, come sia facile offendere, umiliare, attraverso la tortura, spesso a carattere sessuale, quelli che i crociati avrebbero definito “injusti hostes” e per questo disumanizzati, denudati e resi inermi. Assolutamente condivisibile è la seguente affermazione di Danilo Zolo a proposito di Walzer: “le categorie morali vengono liberamente modellate per arredare a piacere pregiudizi cognitivi e valutativi. L’etica si riduce a un apparato retorico-persuasivo di tipo scolastico, quando non a un semplice gergo accademico”. E mi chiedo infine quale sia la sensibilità legittimata e definire come “inusuale e orrendo” un atto, forse solo quella occidentale ebraico-cristiana? È possibile ritenere esistente una morale condivisa ad ogni latitudine e da ogni etnia e cultura presente nel globo? Credo che si evidenzi, in questo testo, la mia assoluta riprovazione nei confronti di questa visione occidentalocentrica che non è altro che la maschera con la quale si nascondono gli interessi economici e politici delle grandi potenze occidentali.
Stefania Calledda
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