“Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza, agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo, organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza” Antonio Gramsci




"Ho una sorta di melanconia, contro la quale posso combattere solo cercando di capire, solo pensando a queste cose fino in fondo." Hannah Arendt

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LA FORZA PROPULSIVA DELL'INQUIETUDINE
Quando parliamo di inquietudine ci riferiamo a qualcosa di negativo. Invece io credo che dietro la parola inquietudine si celi una grande forza che la pace, la tranquillità e la serenità non possono dare. La parola inquietudine ci induce a pensare a qualcosa di irrequieto, in movimento, di instabile. Tutto ciò che è stabile per definizione non si muove. E se non si muove non cambia, ma si radica e si pietrifica lasciando tutto esattamente com’è. Ma diceva il filosofo “tutto scorre”. Ciò significa che l’essenza della vita è il cambiamento, il movimento. Perciò l’uomo è per sua natura inquieto, nel senso che da sempre nella storia è spinto da una irrequietezza che è il suo primo motore. Dal canto mio ribadisco più volte nelle mie poesie che non c’è pace per me. La mia più grande forza da sempre è questa irrequietezza che, si badi, è però estremamente distruttiva. Purtroppo di gente ferma nella vita ne incontriamo tanta: una schiera di ipocriti che non batte ciglio davanti a niente. Ribadisco ancora che l’indignazione è un valore irremovibile, una rabbia costruttiva che inquieta lo spirito e per questo lo fa muovere. Certo è vero che chi non si smuove davanti all’ingiustizie della vita campa 100 anni. Ma la condizione da soprammobile dell’esistenza è veramente auspicabile?Ovviamente no.

Stefania Calledda

ULTIMO LIBRO LETTO

Joseph E. Stiglitz, "La globalizzazione che funziona", Einaudi, 2006.



Ipse dixit
Non c'è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l'homo faber dall'homo sapiens. Ogni uomo infine, all'infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un "filosofo", un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare. Antonio Gramsci.

L'indifferenza è il peso morto della Storia.E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. Antonio Gramsci

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La forze propulsiva dell'inquietudine


postato da FronEsis82 alle ore 17:13
giovedì, 03 luglio 2008

Ridiamo per non piangere

 

Se vi state chiedendo come mai ultimamente questo blog non venga aggiornato in tempi rapidi come prima, se vi state domandando come mai attualità e politica scarseggino, ebbene è giusto che lo sappiate: non sto benissimo.

L’afa, il caldo torrido di Cagliari è qualcosa di molto simile al clima post atomico della serie Kenshiro, soprattutto quando il vento cala e l’aria è ferma ed irrespirabile. Qualsiasi persona, di fronte a tutto questo, avrebbe perlomeno un certo malessere, ma il mio caro sistema nervoso ha pensato bene di abbandonarmi definitivamente ad un’astenia permanente che mi costringe ad una quotidianità tra il depresso cronico andante e lo stadio larvale.

In tutto questo sono troppo abbattuta da questioni esogene, almeno in parte, alla mia malattia, per reagire. L’unica possibilità di sopravvivenza è l’infallibile e mai morto sistema del cazzeggio; persino il blog è troppo impegnativo in questa condizione subumana. Poi ci sono degli evidenti segni di malessere che certo in sede di visita non ho potuto aggiungere, ma che sono estremamente significativi, come il letto disfatto da diversi giorni, la pila di indumenti da stirare che stazionano nell’apposito spazio credo dalla settimana successiva al viaggio in Svezia ed un simpatico mondo nuovo che si sta formando  sotto i mobili, in cui una nuova civiltà si è ormai insediata in pianta stabile, evolvendosi rapidamente; mi è parso di averli visti affiggere le novantacinque tesi di Wittenberg e temo che a breve scopriranno la penicillina. Ma forse è l’effetto del farmaco o forse devo cambiare pusher.

Considerando il fatto che io metto in ordine le mollette per stendere per colore e tipo, che sulla scrivania non c’è penna che si sposti senza giustificato motivo, e che il numero di biscotti per la colazione è invariato da tempo, attestandosi immutabilmente a sei, nonché il colore della tovaglia non può essere diverso da quello dei cuscini per le sedie, capite perfettamente che siamo di fronte ad un dramma.

Per cui abbiate pietà per le mie assenze obbligate ed abbiate fede, ogni tanto l’astinenza da blog è più forte della stanchezza, tanto più che la mia dipendenza dalle mail, con altrettanta disturbata mania per il controllo e conseguenti tendenze compulsive, credo che non mi lasceranno molto lontano dal web.

Stefi


La serie di cartoni animati che ha rovinato generazioni e generazioni di ragazzini:


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categoria : riflessioni, semplicemente stefania

postato da FronEsis82 alle ore 13:14
venerdì, 13 giugno 2008

Ricapitolando:


1.      Non sei un supereroe.
Non salverai il mondo dalla sua aridità con i tuoi versi e tanto meno con le tue elucubrazioni filosofiche. Del resto ha ragione lo psichiatra con cui hai conversato ultimamente: “Lei è una persona troppo profonda e non può pretendere che gli altri lo siano altrettanto”. Già.

2.      Esprimiti come tutti i cristiani: parla.
È assolutamente irrealistico pensare che le altre persone abbiano la sensibilità di interpretare le tue poesie per capire i tuoi messaggi. Non è detto soprattutto, che abbiano un qualche interesse a capire quello che vuoi segnalare.

3.      Hai solo venticinque anni.
È bene ricordartelo perché il tuo modo di porti invita troppo spesso l’interlocutore a caricarti di qualità e superpoteri che ancora non hai acquisito. A volte gli altri se lo dimenticano e di   conseguenza anche tu ti ritrovi a fluttuare in un’irreale dimensione spazio-temporale. Hai     fatto più cose tu in venticinque anni, che certa gente in una vita intera quindi, non rompere i coglioni!

4.      Smettila di mettere alla prova le persone.
È molto probabile che la maggior parte di esse finiscano per deluderti. Concedi sempre una possibilità di riscatto morale ed umano alle persone su cui hai maggiormente investito affettivamente e attendi. Essere selettivi è dura.

5.      Sei solo una studentessa.
È quasi certo che entro i tuoi 27 anni chiuderai il capitolo università, a meno che non decida, presa da un raptus di follia, di intraprendere la carriera accademica. È molto probabile che, fino ad allora ed oltre, il metro e il metodo di giudizio, nonché le modalità di reclutamento delle risorse umane del mondo accademico restino invariati. Fattene una ragione!

6.      Sei solo un paziente.
Non sei il granello di sabbia che farà inceppare gli ingranaggi della macchina dell’assistenza, né la breccia che illuminerà i rigidi ed alienanti schemi del sistema che dai tempi d’Ippocrate si è così retto da sé. Sei solo un paziente!

7.      Goditi la salute, quella che ti è rimasta.
In considerazione del tuo temporaneo benessere fisico, non stare a martellarti con inutili seghe mentali.

8.      Torna nel mondo.
E leggiti un po’ di giornali, cazzo!

 S.C.

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categoria : riflessioni, semplicemente stefania

postato da FronEsis82 alle ore 19:50
sabato, 15 marzo 2008

Ovvero “semplice insofferenza”

 

È che mi parevano tutti intriganti personaggi in cerca d’autore.

Ne studiavo i comportamenti ed ascoltavo i loro lamenti con accurato interesse critico, come fa il filologo con i suoi testi. Li leggevo, nei loro occhi pieni di verità celate, li seguivo nei loro gesti e raccoglievo materiale per un racconto, un romanzo che forse non scriverò mai, ma che mi distoglieva dalla noia, dal monotono avvicendarsi delle ore in quelle stanze d’incontenibili ansietà, di accennate assenze ed altrettante presenze minacciate.

Interloquire con questa umanità abbruttita dall’insonnia e rigonfia per i farmaci, aveva il gusto adrenalinico dello sporgersi sull’orlo d’uno strapiombo: non sai se tornerai indietro, trascinato per sempre in quel disperato precipizio, perché per quanto tu gli tenda la mano, per quanto tu gli sorrida, rassicurandoli con percentuali fallibili di remote, rare ed insignificanti possibilità di cadere, loro precipitano lo stesso, secondo alterne e consuete vicende, per poi risalire faticosamente la dura roccia, sapendo di cadere di nuovo.

E tu vorresti essere il narratore onnisciente manzoniano, che tutto sa e giudica e punisce, elevandosi ad infinita distanza dalla trama; ed invece sei il più discusso autore contemporaneo, travagliato e logorato, malato di inquietudine, prima di ogni altra infermità, che si consuma, corrodendosi di curiosità, perché infine fa anch’egli parte della storia.

 

Iniziai a sgretolare quella mia freddezza d’incoerente spavalderia con le prime piogge di marzo dell’anno passato. M’arresi all’idea che quell’occhio famelico d’umanista sarebbe stato il più ingannevole ed acerrimo nemico della mia salute e soprattutto del mio buon umore. Spontaneamente evitavo di trattenermi troppo in quella sala, cercavo di assentarmi da quei dialoghi già sentiti, riproposti e rivisitati, ma alla fine, sempre uguali. Il tema più inflazionato era certamente quello delle cellule staminali e non mancavano le lamentele per gli effetti collaterali dei farmaci, i lunghi tempi d’attesa, l’irreperibilità di certi medici, oltre ad un vasto repertorio di stravaganti percorsi diagnostici. È che io iniziavo a detestare questo compatimento di circostanza; e del resto non ci si può aspettare che questo in quello spazio, come quando si va dal dentista e si finisce irrimediabilmente per parlare di denti.

Il problema ero io, presa dalle mie traiettorie filosofico – esistenziali per le quali i discorsi dei miei compagni di terapia mi parevano banali e banalizzanti, e stentavo a sopportare il fatto che l’unico motivo per cui mi si rivolgesse la parola fosse per chiedermi come mai io avessi il privilegio di avere monitorata la pressione sanguigna e la temperatura corporea, a differenza degli altri che, una volta innestata la flebo, aspettavano soltanto l’ultima goccia. È che il paziente medio ha paura di non essere seguito abbastanza, hanno tutti il timore di essere abbandonati alla loro sorte, ed io, che entravo in una sperimentazione, spiegavo che quella era la semplice prassi prevista dal protocollo.

Ma c’è sempre il tipico paziente avvoltoio che aleggia sulle povere carcasse dei fragili presenti. “Scusa, sai qui purtroppo ci sono i pazienti di serie A e i pazienti di serie B”, disse un’anziana signora sulla sua sedia a rotelle, dopo aver reso partecipi tutti della sua lunga lista di antidepressivi, evidentemente senza aver alcun risultato. È in quei momenti che il disgusto ha il sopravvento sulla tua misericordia.

E così non riuscivo più a rincuorare ed accogliere affettuosamente le nuove leve. I neodiagnosticati li riconosci dalla loro totale astrazione dal contesto, come se in quella sala ci fossero solo loro, con mille pretese e mille insulsi problemi, come quello di avere una crema qualsiasi per il livido impercettibile, lasciato dall’ago: sogghignando malignamente pensi “vedrai quando avrai le cosce, i glutei e la pancia piena di ematomi per le sottocutanee…”. E poi ci sono i neodiagnosticati più pazienti, ma spesso accompagnati da fastidiosi genitori che controllano l’orologio morbosamente, avvelenando gli infermieri con rimproveri del tipo “mi avevate detto che la flebo durava due ore, ma non finisce mai!”. Credo, dopo ormai tanti anni, che le famose due ore dell’infusione di un grammo di solumedrol in soluzione fisiologica siano una leggenda metropolitana: non mi sono mai alzata da quelle poltrone prima di aver passato le tre ore.

 

Ed ancora oggi tenti di leggere, ma il chiacchiericcio è sempre troppo opprimente per permetterti di allontanarti da quella contingenza. Così, finisci per continuare a prendere appunti per un romanzo che forse non scriverai mai.

 

S.C.

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categoria : riflessioni, csm stories, semplicemente stefania

postato da FronEsis82 alle ore 16:26
domenica, 10 febbraio 2008

Ovvero “La tazza di Snoopy”

 

“Ogni mio momento

io l’ho vissuto

un’altra volta

in un’epoca fonda

fuori di me

…”

G. Ungaretti

 

Il fatto è che io non sarò mai una studentessa modello, di quelle che fanno le ore piccole e che si svegliano all’alba per studiare, e neppure riesco a memorizzare libri interi senza nemmeno conoscere i vocaboli di cui faranno sfoggio durante l’esposizione, che sanno studiare senza fermarsi a ricordare, a riflettere, senza luci e senza ombre, solo gli appunti ordinati e le sbobinature rilegate, le fotocopie segnate e risegnate, e un “non tempo” a riempire le ore. Io ho questa brutta abitudine di fermarmi, di cercare i miei spazi, i miei momenti d’ombra, come li chiamo io, ripiegata sui miei pensieri, fuori dalle dinamiche sociali ed accademiche, svolgendo la matassa dei ricordi e costruendo significati reconditi tra le stalagmiti dei miei segreti inverni.

E così, buia la stanza e veloci le dita sulla tastiera, ripercorro scenari già vissuti, e Matteo, che compiaciuto sorride al mio sguardo perso e al sopracciglio sinistro alzato e ricurvo sul mio mondo, mi rivolge l’ennesimo sberleffo: “Sei nel favoloso mondo di Stefania?”, mi dice parafrasando il titolo di un noto film di qualche anno fa, mentre già canticchia il motivo della colonna sonora. “Sì…” rispondo io, atterrando per un attimo nella realtà e restituendo lo stesso sorriso.

E poi affianco a me c’è il tè delle cinque, come da buona abitudine inglese: è la tazza di Snoopy che mi fa compagnia da tanti anni ormai, da quando l’ho comprata e messa nella valigia dello studente fuori sede. In realtà sono due, ma presto hanno allargato la famiglia, esattamente da quando Matteo è venuto a stare da me, aggiungendo le piccole tazzine da caffè della stessa serie: un presagio? Quella è la tazza delle infinite colazioni con S***: iniziavi con l’ultimo pettegolezzo sulla coinquilina che stava ancora a letto, e finivi per discutere dei massimi sistemi del mondo. È la tazza che ha accompagnato il freddo penetrante della mia sedentarietà accademica, le inquietudini di una diagnosi che stentava ad arrivare, il rassegnato sfinimento delle terapie e delle attese.

E quando la tua prostrazione ti toglieva ogni desiderio ed ogni volontà, ecco che Matteo spalancava lo spiraglio di luce con un semplice invito: “Un tè? Un latte caldo al cacao?”. Che folle ed imperscrutabile coscienza è la mia, tormentata e seriosa, austera ed irrequieta, eppure a tratti così tenera e docile, per cui a rincuorarmi basta soltanto la mia tazza di Snoopy.

S.C.

Dalla colonna sonora de "Le fabuleux destin d'Amélie Poulain", in italiano "Il favoloso mondo di Amelie": La valse d'Amélie

L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder

PS: non è che non mi sto occupando di politica, è che quando penso che abbiano toccato il fondo, questi scavano, stendiamo un velo pietoso.

 

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categoria : riflessioni, semplicemente stefania

postato da FronEsis82 alle ore 14:15
venerdì, 14 dicembre 2007

Ovvero “piccoli marx-ziani crescono” (terza ed ultima parte)

 

Finite le scuole medie, decisi di iscrivermi al liceo scientifico, scartando l’opzione liceo classico, per il timore di dover studiare oltre al latino, pure il greco: ovviamente mi sono successivamente pentita e, tuttora, avrei piacere di studiare perlomeno la letteratura greca, poiché la mia conoscenza ne soffre gravemente la mancanza.

Ovviamente scelsi un corso particolare; perché a me le cose troppo semplici non sono mai piaciute, e così m’imbarcai in un corso chiamato “maxi sperimentale linguistico”, che prevedeva l’insegnamento di tre lingue straniere, oltre alle altre materie contemplate in un qualsiasi liceo scientifico. Proprio in quell’estate infatti, era nata la mia passione per la letteratura latino-americana; ricordo di aver letto d’un fiato “Cent’anni di solitudine” e da quel momento credo di non aver più smesso di ritrovarmi in ambientazioni cilene ed argentine, di assaporare la magia e la grande carica erotica dal sapore latino ed amerindio: imparare lo spagnolo divenne una necessità.

Come ormai vi aspettereste dalla sottoscritta, m’attirai l’antipatia delle mie compagne sin dal primo anno: quale ne sia stata la causa, ancora non lo saprei dire. Il fatto è che non godevo della loro stima, né di altri sentimenti che me le avvicinassero. Eppure la vita scorreva leggera, fuori dalle mura scolastiche: continuavo a coltivare le mie amicizie, la passione per la musica, per la politica, e, solo negli ultimi due anni del liceo, anche quella per la poesia. Chi mi conosceva davvero non aveva dubbi sul fatto che fossi, come dire, una ragazza dalla salda personalità.

Fatto sta, che le mie compagne mal sopportavano i miei voti alti nei compiti scritti, anche perché, quando si trattava di espormi oralmente, la mia emotività vinceva sulle mie capacità espositive. Una volta, ricordo con chiarezza, presi il voto più alto in un compito di diritto ed economia, una materia che avevano inserito nel biennio, sulla Costituzione italiana: pane per i miei denti. Ebbene ci fu la sollevazione di una parte delle mie compagne, che, attraverso la loro portavoce, richiesero che il mio compito venisse letto davanti all’intera classe, perché tale “oltraggio” doveva essere giustificato. Io, memore della già raccontata lettura pubblica dei miei scritti, non mi scomposi: la classe ammutolì, il professore ascoltò compiaciuto, mentre calava il gelo, alla fine della lettura, su quell’atto meschino.

Quando suonò la campanella, mi rivolsi alla compagna che aveva mosso tanta attenzione verso il mio compito, e mettendo il dito indice verticalmente, tra la punta del naso ed il mento, chiusi la faccenda con la stessa arroganza che mi avevano dimostrato, con uno “shh!”.

La mia emotività rappresentò un dramma sino alle soglie della quarta liceo; per sconfiggere questa mia timidezza patologica feci di tutto, provai persino l’opzione del teatro, perché qualche imbecille aveva sparso la voce che il teatro aiuta a superare le proprie insicurezze: niente da fare, l’unico risultato fu che mi dimenticavo le battute e mi muovevo rigida come un tronco perché, se c’è una cosa che odio, è stare al centro dell’attenzione. Ciò che mi serviva veramente era una bella dose d’autostima ed una maggiore fiducia nelle mie capacità, ma per avere tutto questo, doveva passare del tempo.

Non mancarono nemmeno tentativi di riconciliazione con le compagne di scuola, e parlo al femminile perché la mia classe era formata quasi interamente da ragazze, esclusi due rappresentanti del sesso maschile. Del resto chi non avrebbe trovato antipatica una persona che, mentre le altre, durante la ricreazione, scendevano in cortile ad esibire la loro sigaretta, se ne stava per i fatti suoi, in aula, a scarabocchiare o a leggere: a ripensarci mi trovo un po’ antipatica anch’io. Comunque ci provai, scesi qualche volta in cortile e mi trovai anche un ragazzino sul quale sbavare nella pausa, che ovviamente non mi si filava, ma del resto questo faceva parte del gioco. Lo rividi anni dopo su un autobus, a Cagliari, con la pancetta ed i capelli unti; lui si sbracciò per salutarmi, ma io risposi con un gelido “ciao” e scesi alla fermata seguente, come a dire “hai perso il treno!”.

Tentarono di affibbiarmi anche una presunta omosessualità, ma purtroppo per loro, le mie frequentazioni non davano adito a tale diceria, per cui la cosa morì, prima ancora che venisse contrabbandata come grande verità: certo, a ripensarci, questo non so che di saffico, avrebbe insaporito la mia immagine di aspirante poetessa, ma la realtà era molto più banale.

A Nùoro non mi si reputava una bella ragazza, non ero appetibile, da nessun punto di vista; me la cavavo a malapena con un “accettabile”, e tanto meno gli altri aspetti della mia personalità scalfivano la compiacenza dei giovani nuoresi. Quando, dopo il diploma, scesi a Cagliari per studiare nella Facoltà di Filosofia, mi parve di essere finita nel Paese della Cuccagna: colleghi e colleghe che ricercavano la mia simpatia, che chiedevano di vedermi dopo la lezione, che adoravano discutere di Platone a casa mia per il caffé, che persino mi facevano i complimenti, e non mancò qualcuno che ci provò spudoratamente. Il Bengodi!

Poi, in terza, arrivò la filosofia e fu amore a prima vista. In quarta stupii le compagne con i miei soliti effetti speciali: partecipai ad un concorso di poesia e vinsi il primo premio, con dei versi dedicati all’arte scultorea di Francesco Ciusa. Mi vennero a cercare in classe, nel mezzo della lezione, per andare a ritirare il premio. Nuovamente, mi costrinsero a leggere la mia poesia davanti ad una folla di studenti, ma questa volta, finita la lettura, mi godetti l’applauso e la busta con i contanti. Forse è in quel momento che ho ammesso a me stessa che, qualunque cosa mi fosse accaduta nella mia vita, non avrei abbandonato la poesia.

Così il quinto anno passò relativamente sereno, conscia del bagaglio culturale che portavo. Mi presentai all’esame con i miei 9 in italiano, 10 in storia e filosofia, ed un bel 5 in matematica, credo per pietà, perché in realtà la mia media oscillava tra il 3 ed il 4, e per il resto non ricordo. Portai un percorso dal titolo “Il ruolo delle masse popolari nella storia contemporanea”: un excursus letterario, storico e filosofico, che da Kant arrivava sino all’allora ancora poco conosciuto, Popolo di Seattle. Dieci giorni dopo il mio esame orale, Carlo Giuliani moriva in piazza Alimonda.

Così, pronta a tagliare il cordone ombelicale, mi preparavo entusiasta ad intraprendere l’avventura cagliaritana, con i miei 95/100. La mia professoressa di lettere mi lasciò con una raccomandazione: “Non smettere di scrivere”. Così, eccomi qua.

S.C.

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postato da FronEsis82 alle ore 07:29
lunedì, 29 ottobre 2007

Ovvero “piccoli marx-ziani crescono” (parte seconda)

 

    Il mio primo incontro con la lettura risale, come per quasi tutti noi, alla prima elementare.

    Mi pareva una cosa meravigliosa, come se detenessi chissà quale splendido potere magico, quando, passando il primo pomeriggio sui miei libri di fiabe, mi ascoltavo leggere le storie fantastiche e terribili dei fratelli Grimm, dando, poiché già da allora ero un po’ folle, ad ogni personaggio la sua voce.

    Ricordo che in seconda media, per stimolare l’interesse verso la lettura, la professoressa d’italiano aveva deciso di creare una piccola biblioteca di classe, riempiendo l’apposito scaffale con dei libri che noi alunni portavamo da casa: qualcuno riuscì a leggerne a mala pena uno in tutto l’anno scolastico, qualcun altro si fregiò con fierezza di averne letto una decina, ma io a gennaio li avevo letti tutti e così la professoressa fu costretta ad ampliare la biblioteca di classe e scartò alcune delle mie letture in quanto troppo difficili per gli altri ragazzi.

    Nonostante questo fosse un segno della mia evidente propensione verso le materie umanistiche, nonostante già da allora i compagni mi chiedessero conferme sui temi storici, ad esempio, fino alla seconda media continuai a non dare troppo nell’occhio, promossa per il rotto della cuffia con striminzite sufficienze e qualche “buono” perché ero proprio “una brava bambina”: ai colloqui non mancava mai la frase “Sua figlia è proprio educata, non disturba per niente”.

    E poi qualcosa successe, non so cosa scattò in me, ma all’inizio del terzo anno di scuola media inferiore uscì fuori la mia insofferenza; come disse la mia insegnante, “pare covassi una serpe in seno”. Cosa accadde esattamente? Poiché si trattava dell’ultimo anno ci fu proposto un compito dal tema “La scuola: Rapporto con i compagni di classe e con gli insegnanti”.

    Mai avessero tirato fuori l’argomento. Io sapevo bene di essere diversa, occupata a spiegare ai miei compagni perché non fossi stata battezzata, mentre mi facevano la lista dei regali della Cresima, io che impegnavo il tempo libero muovendomi tra i vinili della storia del jazz ed i cimeli cartacei editi da “Cultura operaia” di mio padre, tra le analisi femministe ed i romanzi classici di mia madre, io che da sempre avevo preferito alle bambole il gioco del calcio e i Lego, lo sapevo bene di non essere “normale”. Ed inoltre, non avevo digerito il fatto che non mi avessero preso nella classe di musica perché i posti erano già prenotati per “i figli degli amici degli amici”, proprio io che volevo studiare il violino, sedotta dai virtuosismi di Vivaldi, salvo poi esser riconosciuta dalla mia insegnante di musica come persona portata per il ritmo, dotata del senso dell’armonia, per cui non potevo mancare alle esibizioni corali, per non parlare della padronanza nell’uso degli strumenti a fiato.

    Torniamo al compito: scrissi un avvelenato j’accuse, come fu poi definito dall’insegnante, che attraversava la questione del classismo, diretto ed indiretto, della scuola, soprattutto in provincia, che proponeva una critica severa ai metodi d’insegnamento che già da allora ritenevo obsoleti e ad un’eccessiva centralità della competizione che finiva per creare nei ragazzi falsi miti, ricalcando un certo darwinismo sociale.

    Fu uno scandalo: in classe mi si fece alzare dal banco e dovetti leggere il compito davanti ai miei compagni con l’invito della mia insegnante ad intervenire, facendo domande e giudicando il contenuto del mio tema. Ma i miei compagni rimasero in silenzio: in molti non capirono nemmeno cosa suscitasse tanto clamore, altri non vollero esporsi per paura dell’autorità, ma si complimentarono con me all’uscita; altri ancora si sentirono toccati personalmente, diciamo che si riconobbero. La mia professoressa si mostrò in tutta la sua aggressività, ma io continuavo a leggere con voce tremolante sì, ma con ghigno divertito. Tutti però furono concordi su una cosa: il compito era scritto molto bene, ottimo vocabolario,  nessun errore di grammatica ed un uso della lingua preciso e diretto. Un’insegnante di sostegno, lì presente, commentò: “Possiamo discutere sui contenuti, ma il compito è bellissimo, dubito persino che un ragazzo del liceo sappia scrivere altrettanto bene e con questa sicurezza”. Fu l’unico anno che il mio voto in condotta si abbassò di un punto: avevo smesso di essere “una brava bambina”.

    Nelle quarantotto ore successive, il mio compito fece il giro della scuola e diventai presto “la ragazza del tema”, più o meno come ora qualcuno mi individua con l’epiteto “la ragazza del blog”. Ciò che mi colpì di questa storia, fu la grande potenza insita in un semplice insieme di parole; da allora guardo all’arte dello scrivere con reverenza, una totale venerazione per il pensiero che diviene carta, e per quanto maltrattato da pieghe e da sottolineature, alla fine il libro sta sul mio scaffale come su un altare.

S.C.


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postato da FronEsis82 alle ore 07:37
venerdì, 19 ottobre 2007

Ovvero “piccoli marx-ziani crescono” (parte prima)

 

Della mia infanzia e prima adolescenza non ho molti ricordi, a dir la verità nessuno, come se avessi voluto rimuovere ogni cosa, con quella mia solita fretta di crescere, con quel mio sentirmi sempre incompresa e spesso inadeguata alle situazioni, con le mie molteplici difficoltà nel rapportarmi all’altro.

Ciò che so di me, di tutti quegli anni divisi tra la scuola, la palestra e la casa, sono spesso i racconti degli altri, in primis di mia madre, che riportano alla mente immagini, colori e suoni, sbiaditi ed offuscati, ma significativi di una personalità un po’ sopra le righe. Ciò che veramente ricordo con certezza è una timidezza quasi patologica ed un bisogno costante di espressione.

Passai gli anni della scuola materna a piangere: non so se fossero gli altri bambini a rifiutarmi o fossi io stessa a tenerli a debita distanza. La misantropia è una caratteristica che ho trascinato con me fino al diploma e credo che l’unica esperienza che mi abbia reso la persona socievole che sono diventata è stata quella ospedaliera: i ricoveri sono contraddistinti da ampi e noiosi vuoti, così come lo sono le ore d’attesa prima della visita o durante le terapie, e allora impari a dialogare con gli altri, spesso di cose piuttosto intime e involontariamente il confronto con l’altro non è solo funzionale, ma persino indispensabile. Ogni tanto riaffiora un po’ d’insofferenza e, a dir la verità, rimango per lo più una persona solitaria e selettiva.

Mi ero intestardita a passare le ore, in quella scuola materna, facendo sempre lo stesso disegno: una casa, un fiore alto quanto l’albero che gli era accanto, un sole che ride e le montagne sullo sfondo. Eppure io avevo perfettamente il senso delle proporzioni, l’attenzione verso la delimitazione del disegno nel colorare e la fantasia, avevo tutte queste cose, ma continuavo a fare quello che mi costava minor fatica, quello che forse pensavo che ci si aspettasse da me. Ed un giorno tornai a casa palesemente infastidita, presi uno di quei libri da colorare per bambini e iniziai a riempire con i pastelli le macchie di una giraffa: usai tutti i colori che avevo a disposizione, il verde, il rosso, l’arancio, il viola ecc, e mentre lo facevo, rabbiosamente esclamai: “Così impara la maestra!”. Eppure per me il disegno è sempre stata una passione, un modo di affacciarmi al mondo con la mia solita meticolosità verso i particolari. Mi dilettavo, sin dall’elementari, a creare personaggi per fumetti; i miei quaderni erano pieni di scarabocchi che apparivano come esercizi sull’anatomia umana, studi sul movimento, sulle espressioni facciali. Disegnavo persone, uomini e donne con tutti i loro tratti caratteristici, con novizia di particolari; ho continuato a segnare con la sicurezza della penna la contrazione delle mani, dei muscoli delle braccia, la mimica del viso, fino alla quinta liceo, l’anno in cui la mano perse la sua fermezza e così, inconsapevolmente, abbandonai il disegno. Cambiai persino calligrafia e solo molti anni più in là, scoprii che dovevo imputare questo mio tratto tentennante alla malattia.

Probabilmente in tutto questo c’era una ribellione sottile verso l’autorità scolastica: ho sempre vissuto la scuola prima e l’università poi, come un’imposizione, un giogo che m’impediva di dispiegare le ali, tempo sottratto ai miei studi e alla mia curiosità per il mondo. Per diverso tempo, mi limitai a garantire il minimo sindacale, rifiutando i meccanismi scolastici: io ero l’alunna che non lasciava traccia, quella che non emerge per nessuna dote particolare, quella che stava sempre silenziosa e non si esponeva mai, di cui probabilmente non si conosce nemmeno il suono della voce. Perché per me la vita era fuori da scuola e quelle ore in classe erano soltanto una parentesi. E poi c’è sempre l’equivoco per cui una persona timida è anche una persona poco intelligente, poco vivace e quindi poco sveglia. Ma io ero solo timida e per niente aggressiva o competitiva.

Questo pregiudizio me lo portai dietro, come un peso morto, per molto tempo, destando spesso la sorpresa dei miei insegnanti o dei miei compagni, quando decidevo di venir fuori e uscire dall’ombra. Come quando in terza elementare, ad esempio, venne una sconosciuta professoressa che aveva scritto un libro di logica per bambini. Sottopose la classe ai suoi test ed io, sollecitata dalla novità, feci gli esercizi con un’eccezionale velocità e la donna rimase colpita dalle mie capacità logiche non proprio comunissime: ma io, come ho già raccontato, avevo una certa inclinazione alla concentrazione che gli altri bambini non possedevano; io ero abituata a stare da sola e l’introversione caratteriale e la curiosità avevano sviluppato una certa propensione all’esercizio mentale. Praticamente fui l’unica a rimanere seduta e concentrata sugli “pseudo giochini”, con tutta la serietà del caso.

Ad ogni modo, io mantenevo la mia linea: mi facevo i più salutari fatti miei.

S.C.


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