Ovvero “piccoli marx-ziani crescono” (terza ed ultima parte)
Finite le scuole medie, decisi di iscrivermi al liceo scientifico, scartando l’opzione liceo classico, per il timore di dover studiare oltre al latino, pure il greco: ovviamente mi sono successivamente pentita e, tuttora, avrei piacere di studiare perlomeno la letteratura greca, poiché la mia conoscenza ne soffre gravemente la mancanza.
Ovviamente scelsi un corso particolare; perché a me le cose troppo semplici non sono mai piaciute, e così m’imbarcai in un corso chiamato “maxi sperimentale linguistico”, che prevedeva l’insegnamento di tre lingue straniere, oltre alle altre materie contemplate in un qualsiasi liceo scientifico. Proprio in quell’estate infatti, era nata la mia passione per la letteratura latino-americana; ricordo di aver letto d’un fiato “Cent’anni di solitudine” e da quel momento credo di non aver più smesso di ritrovarmi in ambientazioni cilene ed argentine, di assaporare la magia e la grande carica erotica dal sapore latino ed amerindio: imparare lo spagnolo divenne una necessità.
Come ormai vi aspettereste dalla sottoscritta, m’attirai l’antipatia delle mie compagne sin dal primo anno: quale ne sia stata la causa, ancora non lo saprei dire. Il fatto è che non godevo della loro stima, né di altri sentimenti che me le avvicinassero. Eppure la vita scorreva leggera, fuori dalle mura scolastiche: continuavo a coltivare le mie amicizie, la passione per la musica, per la politica, e, solo negli ultimi due anni del liceo, anche quella per la poesia. Chi mi conosceva davvero non aveva dubbi sul fatto che fossi, come dire, una ragazza dalla salda personalità.
Fatto sta, che le mie compagne mal sopportavano i miei voti alti nei compiti scritti, anche perché, quando si trattava di espormi oralmente, la mia emotività vinceva sulle mie capacità espositive. Una volta, ricordo con chiarezza, presi il voto più alto in un compito di diritto ed economia, una materia che avevano inserito nel biennio, sulla Costituzione italiana: pane per i miei denti. Ebbene ci fu la sollevazione di una parte delle mie compagne, che, attraverso la loro portavoce, richiesero che il mio compito venisse letto davanti all’intera classe, perché tale “oltraggio” doveva essere giustificato. Io, memore della già raccontata lettura pubblica dei miei scritti, non mi scomposi: la classe ammutolì, il professore ascoltò compiaciuto, mentre calava il gelo, alla fine della lettura, su quell’atto meschino.
Quando suonò la campanella, mi rivolsi alla compagna che aveva mosso tanta attenzione verso il mio compito, e mettendo il dito indice verticalmente, tra la punta del naso ed il mento, chiusi la faccenda con la stessa arroganza che mi avevano dimostrato, con uno “shh!”.
La mia emotività rappresentò un dramma sino alle soglie della quarta liceo; per sconfiggere questa mia timidezza patologica feci di tutto, provai persino l’opzione del teatro, perché qualche imbecille aveva sparso la voce che il teatro aiuta a superare le proprie insicurezze: niente da fare, l’unico risultato fu che mi dimenticavo le battute e mi muovevo rigida come un tronco perché, se c’è una cosa che odio, è stare al centro dell’attenzione. Ciò che mi serviva veramente era una bella dose d’autostima ed una maggiore fiducia nelle mie capacità, ma per avere tutto questo, doveva passare del tempo.
Non mancarono nemmeno tentativi di riconciliazione con le compagne di scuola, e parlo al femminile perché la mia classe era formata quasi interamente da ragazze, esclusi due rappresentanti del sesso maschile. Del resto chi non avrebbe trovato antipatica una persona che, mentre le altre, durante la ricreazione, scendevano in cortile ad esibire la loro sigaretta, se ne stava per i fatti suoi, in aula, a scarabocchiare o a leggere: a ripensarci mi trovo un po’ antipatica anch’io. Comunque ci provai, scesi qualche volta in cortile e mi trovai anche un ragazzino sul quale sbavare nella pausa, che ovviamente non mi si filava, ma del resto questo faceva parte del gioco. Lo rividi anni dopo su un autobus, a Cagliari, con la pancetta ed i capelli unti; lui si sbracciò per salutarmi, ma io risposi con un gelido “ciao” e scesi alla fermata seguente, come a dire “hai perso il treno!”.
Tentarono di affibbiarmi anche una presunta omosessualità, ma purtroppo per loro, le mie frequentazioni non davano adito a tale diceria, per cui la cosa morì, prima ancora che venisse contrabbandata come grande verità: certo, a ripensarci, questo non so che di saffico, avrebbe insaporito la mia immagine di aspirante poetessa, ma la realtà era molto più banale.
A Nùoro non mi si reputava una bella ragazza, non ero appetibile, da nessun punto di vista; me la cavavo a malapena con un “accettabile”, e tanto meno gli altri aspetti della mia personalità scalfivano la compiacenza dei giovani nuoresi. Quando, dopo il diploma, scesi a Cagliari per studiare nella Facoltà di Filosofia, mi parve di essere finita nel Paese della Cuccagna: colleghi e colleghe che ricercavano la mia simpatia, che chiedevano di vedermi dopo la lezione, che adoravano discutere di Platone a casa mia per il caffé, che persino mi facevano i complimenti, e non mancò qualcuno che ci provò spudoratamente. Il Bengodi!
Poi, in terza, arrivò la filosofia e fu amore a prima vista. In quarta stupii le compagne con i miei soliti effetti speciali: partecipai ad un concorso di poesia e vinsi il primo premio, con dei versi dedicati all’arte scultorea di Francesco Ciusa. Mi vennero a cercare in classe, nel mezzo della lezione, per andare a ritirare il premio. Nuovamente, mi costrinsero a leggere la mia poesia davanti ad una folla di studenti, ma questa volta, finita la lettura, mi godetti l’applauso e la busta con i contanti. Forse è in quel momento che ho ammesso a me stessa che, qualunque cosa mi fosse accaduta nella mia vita, non avrei abbandonato la poesia.
Così il quinto anno passò relativamente sereno, conscia del bagaglio culturale che portavo. Mi presentai all’esame con i miei 9 in italiano, 10 in storia e filosofia, ed un bel 5 in matematica, credo per pietà, perché in realtà la mia media oscillava tra il 3 ed il 4, e per il resto non ricordo. Portai un percorso dal titolo “Il ruolo delle masse popolari nella storia contemporanea”: un excursus letterario, storico e filosofico, che da Kant arrivava sino all’allora ancora poco conosciuto, Popolo di Seattle. Dieci giorni dopo il mio esame orale, Carlo Giuliani moriva in piazza Alimonda.
Così, pronta a tagliare il cordone ombelicale, mi preparavo entusiasta ad intraprendere l’avventura cagliaritana, con i miei 95/100. La mia professoressa di lettere mi lasciò con una raccomandazione: “Non smettere di scrivere”. Così, eccomi qua.
S.C.