“Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza, agitatevi perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo, organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la vostra forza” Antonio Gramsci




"Ho una sorta di melanconia, contro la quale posso combattere solo cercando di capire, solo pensando a queste cose fino in fondo." Hannah Arendt

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LA FORZA PROPULSIVA DELL'INQUIETUDINE
Quando parliamo di inquietudine ci riferiamo a qualcosa di negativo. Invece io credo che dietro la parola inquietudine si celi una grande forza che la pace, la tranquillità e la serenità non possono dare. La parola inquietudine ci induce a pensare a qualcosa di irrequieto, in movimento, di instabile. Tutto ciò che è stabile per definizione non si muove. E se non si muove non cambia, ma si radica e si pietrifica lasciando tutto esattamente com’è. Ma diceva il filosofo “tutto scorre”. Ciò significa che l’essenza della vita è il cambiamento, il movimento. Perciò l’uomo è per sua natura inquieto, nel senso che da sempre nella storia è spinto da una irrequietezza che è il suo primo motore. Dal canto mio ribadisco più volte nelle mie poesie che non c’è pace per me. La mia più grande forza da sempre è questa irrequietezza che, si badi, è però estremamente distruttiva. Purtroppo di gente ferma nella vita ne incontriamo tanta: una schiera di ipocriti che non batte ciglio davanti a niente. Ribadisco ancora che l’indignazione è un valore irremovibile, una rabbia costruttiva che inquieta lo spirito e per questo lo fa muovere. Certo è vero che chi non si smuove davanti all’ingiustizie della vita campa 100 anni. Ma la condizione da soprammobile dell’esistenza è veramente auspicabile?Ovviamente no.

Stefania Calledda

ULTIMO LIBRO LETTO

Joseph E. Stiglitz, "La globalizzazione che funziona", Einaudi, 2006.



Ipse dixit
Non c'è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l'homo faber dall'homo sapiens. Ogni uomo infine, all'infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un "filosofo", un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare. Antonio Gramsci.

L'indifferenza è il peso morto della Storia.E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. Antonio Gramsci

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La forze propulsiva dell'inquietudine


postato da FronEsis82 alle ore 16:15
martedì, 03 giugno 2008

L’ultimo giorno (27 maggio 2008)

 

Finalmente ci riappropriamo di una certa normalità. Rifaccio la valigia, sapendo che la riaprirò solo arrivata a casa, a Nuoro, mettiamo qualcosa sotto i denti e ci prepariamo per prendere l’ultimo treno della metro che ci riporterà alla stazione dove un complesso, eppur chiaro, sistema di tunnel e di corridoi ci condurrà alla fermata del bus che percorrerà i suoi ottanta minuti verso l’aeroporto di Skavsta.
Nell’attesa, prima della partenza, percepiamo già suoni conosciuti, un po’ di lingua italiana, ma senza troppa nostalgia; gli italiani si riconoscono per i giubbotti pesanti e per il continuo chiacchiericcio. Il tempo è volato: questo non ci ha impedito di vivere dei giorni molto intensi e certamente meravigliosi, lontano dalle responsabilità e dalla fatica quotidiane. Il grosso problema dei viaggi è che, prima o poi, finiscono.
L’aereo partirà in ritardo ed arriverà altrettanto in ritardo, sorvolando lungamente Alghero: problemi di maltempo, paradossalmente. Lasciavamo quindi il sole di Stoccolma e trovavamo una cappa buia e grigia, che pesava di afa sui nostri respiri affannati per il clima troppo umido. Ritorniamo al medioevo: le strette strade secondarie con le immancabili buche, cartelli stradali nascosti dalle frasche o direttamente abbattuti, ed arrivata mi aspettano i miei cinque piani di scale prima di entrare nell’appartamento dei miei. Io e Matteo ci guardiamo ed iniziamo a pensare che siamo tornati in Congo, non in un Paese europeo.

Non resta che un saluto: hej så länge Sverige!

S.C.


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categoria : riflessioni, swedish dream

postato da FronEsis82 alle ore 22:20
lunedì, 02 giugno 2008

Il cielo sopra Stoccolma (26 maggio 2008)

 

Inizierò questo mio racconto con un consiglio: se volete dormire, durante un viaggio notturno in treno, prendete la cuccetta, mai la poltrona! Questo è stato un mio errore, un errore a metà a dire il vero, perché quella veglia non è stata infeconda, ma mi ha permesso di assistere ad uno dei più meravigliosi spettacoli della natura, che la Svezia può offrire.
Quella notte la passai certo con gli occhi semi aperti, tratti di sonno e tratti di dormiveglia, nella posizione più scomoda in cui un essere vivente della tipologia “umanoide” possa trovarsi: seduta. Davanti a me ci sono due ragazze svedesi; una di loro ha ceduto gentilmente il posto a Matteo al mio fianco: gentilezze spontanee che raramente trovi quaggiù. Verso le tre del mattino, se così si può dire, una luce prepotente mi sveglia senza troppo riguardo, con uno schiaffo luminoso che non fatica a raggiungermi, visto l’ampio finestrino del treno: è l’alba.
Un rincorrersi di colori riempie il cielo, bande tra il viola e l’arancio si sovrappongono, affacciandosi sui laghi increspati dal vento, e gli alberi, che durante la notte non erano che ombre scure e cupe a racchiudere i prati, sono ora distinguibili nella loro possanza, alteri signori dei boschi. Solo per questo spettacolo valeva la pena volare fino a qui, penso in quella quiete: ci sono solo io e il sole, laggiù, che sale, pian piano, senza rumore e senza impazienza; intorno c’è un grande silenzio, tutti dormono e nella mia testa risuonano le parole e le note di una canzone dei miei adorati Depeche Mode, “enjoy the silence”:

Vows are spoken
To be broken
Feelings are intense
Words are trivial
Pleasures remain
So does the pain
Words are meaningless
 And forgettable

Scendiamo alla stazione centrale di Stoccolma alle 6:00 in punto. Riusciamo ormai a muoverci bene in quello smisurato spazio dalle mille entrate ed uscite, scale mobili e tunnel. Uno sguardo alla cartina della Tunnelbana e via, lasciata la valigia nella cassaforte con serratura digitale della stazione, verso Gamla Stan: solo una fermata per raggiungere il cuore di Stoccolma, il quartiere storico dove troveremo il palazzo reale, il parlamento, la Chiesa tedesca, le vie dei negozi per souvenir ed altri acquisti non certo edificanti.
Ovviamente fino alle dieci, anche in questo caso, non c’è vita, così decidiamo di portare la valigia in albergo e darci una rinfrescata; ci si era accordati con l’albergatore, di raggiungere l’hotel dopo le 8:00, come ci aveva confermato via mail. Riprendiamo, dunque, la metropolitana e scendiamo alla nostra fermata, appena sentite le parole “nästa Odenplan” (prossima – fermata - Odenplan) ed averle lette nel display. Dopo circa un chilometro raggiungiamo l’albergo: poiché non sono ancora le dieci veniamo lasciati fuori ad aspettare come due pellegrini. Federico e Linnea ci avevano spiegato come gli svedesi non abbiano nel loro vocabolario termini assimilabili alle parolacce, soprattutto non conosco insulti, al massimo riescono a prendersela con il diavolo; anche queste sono state un’importazione anglo-americana. Ma io, che sono italiana e per giunta sarda, gli insulti li conosco bene, in sardo ed in italiano, e maledico tutta la razza svedese e la sua stirpe. Dopo diversi disguidi e tempo perso, riusciamo a riporre la valigia nella nostra stanza, scoprendo che l’albergo è gestito da turchi. “Aaaah!”, commento subito io che non potevo far crollare così un mito, il mio swedish dream.
Torniamo in Gamla Stan, alla ricerca di qualche ricordo da portare a casa; per lo più si tratta di oggettistica ed altre cose troppo “truzze” per poterle mettere in valigia: ho una reputazione da difendere e non posso tornare con nanetti, cavallini e bambole di Pippi calzelunghe. Ci facciamo, in compenso, le nostre grasse risate. Ancora foto, ancora cammino, musei, ed infine il cambio della guardia a cui assistere. Che turisti provetti!


Il pomeriggio siamo ormai derelitti della vacanza, mi sdraio su una panchina e guardo il cielo sopra Stoccolma che inizia per la prima volta ad annuvolarsi. Certo ci mancherà questo infinito, limpido azzurro. Le strade sono sempre pulitissime, a parte i filtri delle sigarette: evidentemente i fumatori sono una piaga per l’intera umanità. Lo spiccato senso civico degli svedesi e destabilizzante: non un pastrocchio sul muro, sulla metro, sulla panchina, non un claxon, una sgommata, una sgasata da tamarro, niente. Se sei in difficoltà, con valigia che ti s'impiglia da qualche parte, attendono con calma che tu riesca a liberarti; se si accorgono che una donna non riesce a scendere con il suo passeggino, giù dal treno, si lanciano ad aiutarla; se ti vedono affannato giungere alla porta della Tunnelbana, te la spalancano sorridendo per farti passare, come quando una ragazza, dove aver fatto quel gesto gentile, ha sentito il mio spontaneo “grazie”, dimenticando di dover parlare in inglese, e mi ha risposto persino “de nada”, cioè ha cercato di venirmi incontro con quella che riteneva la mia lingua. Scioccante! Com’era lo slogan? Un mondo diverso è possibile.


Quando ormai non diamo più segni di vita, decidiamo di tornare in hotel. Non ricordo bene quando mi sono addormentata. So solo di aver dormito dieci ore di seguito, cosa non da me, che sono notoriamente, perennemente insonne.

Tutte le foto: clicca QUI.

 

TO BE CONTINUED…

S.C.

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categoria : riflessioni, swedish dream

postato da FronEsis82 alle ore 19:12
domenica, 01 giugno 2008

Abitudini svedesi (25 maggio 2008)

 

L’albergo in cui abbiamo alloggiato a Lund è certamente stato il migliore: stanza confortevole, bagno pulito, colazione ottima, compresa nel servizio ed immancabile sorriso mattutino della receptionist che apre la nostra giornata con il loro “Hej, hej!”, il saluto svedese che ritroveremo anche entrando nei negozi. La sera prima ci eravamo addormentati con un po’ di TV svedese: per lo più vengono trasmessi film e trasmissioni in lingua inglese, format acquistati di sana pianta dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Il cinema è rigorosamente in lingua originale con i sottotitoli, e allora non hai alcun dubbio sul perché gli svedesi parlino così bene l’inglese: a parte tante somiglianze linguistiche, lo svedese, sin da piccolissimo, è continuamente sottoposto a stimoli linguistici anglosassoni che influiscono notevolmente anche sullo stile di vita. Se la televisione, oltre all’educazione scolastica, anche in Italia prevedesse una così massiccia presenza di lingue straniere il nostro handicap comunicativo rispetto agli stranieri, non esisterebbe affatto.

La domenica l’abbiamo trascorsa poco lontano da Lund, a Malmö. Molto entusiasti, trascorriamo la mattinata in piacevole compagnia dei nostri amici per le vie del centro della terza città della Svezia per dimensioni e numero di abitanti. Ci fermiamo in una nota pasticceria del luogo. Dentro troviamo un posto accogliente, con tavolini e bancone dei dolci con splendide e sicuramente buonissime torte. È una classica abitudine svedese la “fika pause”, la pausa caffè che prevede un bel tazzone di caffè allungato, dal sapore molto diverso dal nostro espresso, magari con una bella fetta di torta. La “fika” è una tradizione irrinunciabile per gli svedesi (non sono ammesse squallide battute di spirito). Prendiamo qualche fetta per l’assaggio, sarà il nostro dessert di fine picnic sulla spiaggia di Malmö.
Eh sì, facciamo una cosa tipica svedese: picnic sulla spiaggia con tanto di barbecue. Lungo il litorale in effetti, ci sono alcuni punti dove è possibile trovare delle piccole costruzioni in cui è possibile cuocere alla griglia il lauto pasto. A dir la verità sono un po’ interdetta all’idea di mangiare circondata da indigeni seminudi che prendono la tintarella, per non parlare dei volatili giganteschi che attendono le nostre briciole per mangiare. Ma alla cosa non ci faccio più caso dopo un poco e il nostro picnic trascorre sereno, con Manolo che si diletta con il barbecue e gli altri che per lo più s’ingozzano.
Nel pomeriggio Manolo si fa un bel po’ di chilometri per portarci più a sud, a Ystad, percorrendo una panoramica E65: fattorie solitarie, immerse nel verde, ti lasciano un gran senso di pace, ottime per un weekend di tranquillità, lontano dal trantran quotidiano. C’imbattiamo nella rigidità degli abitanti: alle 16:30 del pomeriggio in un locale del centro, ancora miracolosamente aperto, chiediamo da bere e la possibilità di usufruire del bagno. Essendo in chiusura l’accesso al bagno ci viene negato: questo atteggiamento gli svedesi se lo possono permettere perché a pochi metri di distanza avremmo trovato comunque un bagno pubblico. In effetti, per tutto il viaggio, non mi è mancata la possibilità di accedere ad un bagno o di sedermi. Sempre per quella grande attenzione per l’altro che li contraddistingue, panchine e bagni pubblici non mancano mai, sono sempre presenti a poca distanza dal luogo in cui ti trovi, almeno per quanto riguarda le parti della città più frequentate. Ystad è una piccola cittadina portuale, fondata intorno al 1200, anche in questo caso prevalentemente di sapore gotico.
Arriviamo fino al mare, ma inizia ad arrivare un vento freddo e siamo davvero molto stanchi. Tornata a casa, scopro di essermi presa una specie d’insolazione. Certamente, penso, in Sardegna rideranno della mia abbronzatura svedese! Verso le undici di notte si torna in stazione: il nostro treno parte alle 11:23: allo scoccare dell’orario riportato sul biglietto, una voce avvisa che il treno è in stazione, che dobbiamo prepararci a salire. Alle 11:24 siamo sul treno e ci prepariamo a dormire, poco e niente, sulle poltrone del terzo vagone.

Vedi foto QUI (90 foto).

TO BE CONTINUED…

S.C.    

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categoria : riflessioni, swedish dream

postato da FronEsis82 alle ore 19:32
sabato, 31 maggio 2008

Verso la Scania (24 maggio 2008)

 

Quella mattina ci siamo alzati presto, ricordo. Alle 8:20 un treno partiva dalla stazione centrale di Stoccolma, diretta a Malmö; noi saremmo scesi alla fermata precedente, precisamente a Lund, dove i nostri amici ci avrebbero atteso con la loro ospitalità tutta sarda. Il sabato mattina la capitale ci è apparsa vuota, con quel fresco pungente che ti sveglia dal torpore in cui sei ancora immerso. Il sabato e la domenica sono sacri per gli svedesi, non si muove foglia, le attività commerciali per lo più chiudono, come gli uffici e le scuole, e del resto, con molta serenità, anche durante la settimana non c’è vita, in Svezia, prima delle dieci, per chiudere poi alle sei in punto, se non prima. Strani orari per noi, e troppo inflessibili i nostri ospitanti svedesi, che non trasgrediscono alla regola mai, lasciando i poveri turisti come noi a vagare per musei chiusi, battelli che non partono ed altre prassi indigene non certo consone alla vita di uno straniero.
In attesa che arrivi il momento di salire sul treno, chiudo gli occhi un attimo, nel disperato tentativo di riposare almeno dieci minuti. I treni partono in orario, per lo più, come vi aspettavate, immagino. Ci sono, appoggiate alla parete dell’immensa sala d’aspetto, delle macchine nuove, perfettamente funzionanti, in cui è possibile fare i biglietti. Si mettono in fila, non troppo ordinatamente, ma sempre con grande rispetto degli altri che aspettano il loro turno, lasciandoti lo spazio per respirare, con il loro cagnolino al seguito che ha imparato bene: non fiata, non si agita, sta lì, tranquillo, senza scomporsi troppo, seguendo i movimenti del suo padrone. Pensi che persino i cani svedesi sono meglio di certi ominidi italiani che tentano di fare i furbi sgomitando per passare prima.

Corre il treno sulle rotaie, uno di quei mezzi dell’ultima generazione che in poche ore attraversano il sud della Svezia, passando il confine della Svealand e trafiggendo il Götaland, la regione meridionale del Paese, per poi percorrere il ponte più lungo d’Europa, che congiunge la Scandinavia alla Danimarca, fermandosi soltanto a Copenhagen. Matteo dorme, come farà per quasi tutto il viaggio, ed io guardo come al solito fuori dal finestrino, appisolandomi a tratti, quando il paesaggio si fa più monotono e la stanchezza mi sorprende. Vastità di verdi foreste, pascoli, prati, laghetti immersi in tanta meraviglia; scorgo un cigno, bianchissimo, il primo cigno vero della mia vita. E poi tanti ricordi che riemergono, mentre il treno mi culla verso la meta, e lui che riposa. Le sue mani mi ricordano i bei momenti della nostra vita insieme: io, appoggiata sullo stipite della porta, che lo guardo mentre suona Einaudi al piano, o quando mi fa un cenno per avvicinarmi e mi chiede di cantare ancora “Mi sono innamorato di te” di Tenco, mentre mi accompagna, per sentire di nuovo quella voce che molti anni prima l’aveva attraversato, lasciando un segno indelebile.

Mi piace pensare che questi ricordi io li conservi in un angolo della mia coscienza che ha pressappoco la forma di una di quelle scatole di latta dove si tengono i biscotti e dove io conservo materialmente foto, biglietti di auguri, pensieri sparsi su fogli stropicciati, indirizzi e numeri di telefono di persone che non hai più sentito, né visto. Quando le apri lasciano venire fuori quella fragranza, quell’aroma di vaniglia, forse, che ti riempie di malinconia e di nostalgia, sorridendo delle emozioni che ancora una volta t’illuminano. E poi richiudi la scatola e torni al tuo presente: il treno è giunto.

Ad aspettarci alla stazione di Lund è Giovanna, la nostra amica; il suo compagno lo conosceremo solo più tardi, quando si darà da fare per il pranzo. Giovanna ha ricevuto raccomandazioni ben precise dalla Sardegna: la madre si è premurata di dirle di trattarci bene perché “sono di casa”, come si usa dire dalle nostre parti, con un linguaggio che certo non rende ora, tradotto in italiano. In effetti, in quei due giorni i nostri amici hanno mantenuto la promessa e non sono mai mancate cortesi ed affettuose attenzioni, nonché pasti luculliani.
Dopo pranzo, portiamo la valigia ed i giubbotti pesanti in albergo. Il clima a Lund è più mite, ci sono meno escursioni termiche ed ancora una volta il bel tempo ci assiste: dicesi "fattore C". Di seguito iniziamo a girare il centro della piccola cittadina della provincia della Scania (in svedese
Skåne). Lund fu fondata dal re Sven nel 990 circa, quando ancora la regione si trovava sotto la dominazione danese; piccola cittadina, si popola di migliaia di studenti durante l’anno accademico, essendo un importante centro universitario. Ci sono diversi scorci tipici da immortalare. Ogni occasione è buona, per gli abitanti, per sdraiarsi e svestirsi per prendere il sole: nelle piazze, nei giardini, nei parchi. Sei mesi di buio sono difficili da sopportare e questa stagione è una sorta di rinascita anche spirituale per la popolazione che ne approfitta per prendere più sole possibile. In effetti, ci raccontano da più parti, vi è un alto tasso di suicidi in Svezia, soprattutto nel periodo buio dell’anno; su soggetti depressi, particolarmente sensibili, questa condizione esterna pare influire notevolmente.
Ci capita miracolosamente di assistere ad un battesimo luterano davanti alla Lund Domkyrka, ovvero l’antica e stupenda cattedrale. Una donna sacerdote celebra il rito sulle scalinate del tempio con tutti i parenti che festeggiano il momento; la maggior parte degli svedesi è di religione luterana, ma hanno anche influenze calviniste e a dir la verità nel Paese c’è una forte integrazione di uomini e donne di ogni parte del mondo, di ogni religione, di ogni etnia. Per quanto gli svedesi si lamentino di una non ancora perfetta integrazione sociale degli immigrati, siamo ben lontani dai roghi e dagli sbraiti dei leghisti. Uscendo da Stoccolma, siamo riusciti a vedere una bellissima moschea con minareto che s’inseriva benissimo nel paesaggio. Dentro la Chiesa scopriamo meravigliati l’angolo dei bambini: piccoli tavoli e sedie con tanti giochi a pochi metri dai banchi di preghiera. Gli svedesi hanno una grande attenzione verso i bambini, c’è sempre il loro spazio, rispettati nella loro libertà di movimento e di gioco. E sono anche tanti, tantissimi, ci sono più passeggini e carrozzine che macchine, ogni tre persone spunta la donna incinta, tanto che anche la mia amica, alla mia domanda “Ma che fanno questi dopo le sei?”, considerato che tutto è sprangato fino alle dieci della mattina dopo, mi risponde secca: “Fanno figli!”. A parte gli scherzi, i genitori svedesi sono molto aiutati da un ottimo sistema di welfare a cui si aggiunge una cultura dell’infanzia da cui abbiamo solo da imparare. Lo spazio per i minori c’è sempre, il bambino vive come soggetto attivo all’interno della sua comunità, al pari degli altri membri.

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S.C.

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categoria : riflessioni, swedish dream

postato da FronEsis82 alle ore 14:19
venerdì, 30 maggio 2008

Quando si dice “civiltà” (23 maggio 2008)

 

La mia prima giornata a Stoccolma è iniziata con un risveglio precoce: siamo nel periodo in cui c’è sempre il sole, che tramonta e riposa solo per poche ore, con l’aggravante che gli svedesi non usano serrande o persiane di sorta, visto che, avendo il sole pochi mesi all’anno, preferiscono assaporarne ogni raggio nella stagione primaverile ed estiva. Solo una tenda ci ripara dalla luce, una copertura piuttosto blanda che non attenua la prepotenza del sole e del giorno che avanza. Faccio la prima conoscenza con la colazione svedese, accomodata un po’ all’italiana, il tanto di assaggiare qualche sapore nuovo. Il tempo, in questi giorni di viaggio, è stato più che clemente con noi: per una volta anche io godo di cotanta fortuna, di quei cieli limpidi e quelle temperature miti di un clima secco che pare fare al caso mio.

È Federico a condurci per i meandri del trasporto pubblico svedese, procurandoci un abbonamento settimanale, alla modica cifra di 25 euro circa, che ti permette di usufruire dei treni per pendolari, della Tunnelbana, la metropolitana di Stoccolma, di tutte le linee degli autobus e del battello. Attraversare le strade cittadine è semplice: ogni semaforo funziona a chiamata per il pedone, pochi secondi ed attraversi, con tanto di segnalatore acustico, utile per i non vedenti. No solo, ma appena le macchine scorgono la tua presenza sulle strisce, gli automobilisti frenano molti metri prima per lasciarti passare. Scopro, nel corso del viaggio, che le città svedesi sono costruite intorno ai bisogni del pedone, sia esso disabile, bambino, genitore con passeggino e via dicendo, nonché percorso in ogni parte da piste ciclabili piuttosto spaziose. Alcuni punti della città sono interdetti al traffico, ma ben raggiungibili attraverso il servizio pubblico di trasporto. I treni, la metro, gli autobus, non sono mai troppo affollati e ti lasciano lo spazio per sederti, muoverti, respirare. I tempi sono piuttosto rilassati, c’è una tranquillità irreale per essere una grande metropoli europea.
Io approfitto dei tempi morti, accomodata su qualche mezzo, per guardare la città dal finestrino: ti colpisce la quantità enorme di spazi verdi: parchi, giardini, orticelli privati. Il colore verde predomina, seguito dal limpido azzurro del cielo e dal blu dei laghi e degli altri specchi d’acqua. C’è un’altra cosa che ti stupisce: spesso siamo stati nell’immensa stazione centrale, abbiamo girato parecchio, in ore diverse, in posti diversi, ma non abbiamo mai avuto paura: la criminalità se c’è è ben controllata; non un barbone, niente che sia sintomo di malessere, probabilmente relegato nelle periferie. Ma noi siamo solo turisti e non possiamo preoccuparci anche della periferia. Ti guardi intorno e con un flashback pensi alla stazione Termini o alla centrale di Milano: un altro mondo.
Tutti i mezzi sono raggiungibili anche da una persona in sedia a rotelle, ci sono ascensori, pedane, poche scale rispetto alle nostre città, e del resto siamo sempre in pianura, su marciapiedi ben tenuti e pochi ostacoli ad intralciare il tuo cammino. Ero partita con l’idea che probabilmente mi sarei trovata in qualche situazione di disagio, che sarebbe stata una sfida continua con il mio EDSS, che la mia disabilità sarebbe stata certo di impedimento, ma ero pronta ad affrontarlo. Invece, il clima, il luogo, la civiltà con cui ogni servizio è messo a disposizione di tutti facilmente, e la tua grande voglia di scoperta, questo continuo contatto adrenalinico con il meraviglioso, hanno fatto sì che mi dimenticassi di questo mio male, che per una volta almeno lasciassi la malattia a casa. Anni fa, venne pubblicato un libro dal titolo “Il tumore è più maligno al sud”, di cui si capisce l’ironico riferimento allo stato reale della sanità italiana; ebbene, per esperienze diretta, un disabile in Svezia è molto meno disabile di uno in Italia. Il problema sta nell’handicap conseguente, per cui la civiltà di un Paese si esprime proprio nell’attenzione verso le minoranze, ammesso che si tratti effettivamente di minoranze.

Nella giornata del 23, siamo riusciti a visitare la residenza attuale della famiglia reale, Drottningholm, gustandoci un parco meraviglioso con tanto di zona, ritagliata ad uso e divertimento dei cani e dei loro padroni. Prendiamo anche qualcosa da bere, arrivati al padiglione cinese. Federico tenta di ordinare in svedese, ma il locandiere non sembra molto contento di quella che vive come un’invasione e ci rendiamo presto conto, come poi ci spiega il nostro amico, che da queste parti preferiscono che tu parli rigorosamente in inglese, che per loro è una seconda lingua di cui hanno piena padronanza, estremamente gelosi della loro specificità linguistica, per cui non è gradita una pronuncia imperfetta. Siamo poi stati a visitare il centro commerciale della città, con le sue vie affollate di consumatori ben più trendy di noi, che ci limitiamo a contemplare il paesaggio contemporaneo. Visitiamo anche il municipio, edificio maestoso in cui avviene la consegna dei Nobel, e a seguire facciamo una piccola ricognizione nella Gamla Stan, il quartiere storico, cuore pulsante di Stoccolma: ma la macchina fotografica è ormai scarica, come noi del resto che abbiamo dormito poco e preferiamo mangiare qualcosa con Federico e la sua compagna, per poi avviarci verso l’albergo, nel quartiere chiamato City, procedendo lungo la Vasagatan, la strada che ci congiungerà il giorno dopo alla stazione centrale. Vi lascio alle più eloquenti immagini della giornata che troverete cliccando QUI (77 foto).

TO BE CONTINUED…

S.C.

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postato da FronEsis82 alle ore 13:33
giovedì, 29 maggio 2008

Le Nuvole (22 maggio 2008)

 

Viaggiare è vivere due volte. Un intenso moto vitale ti trascina verso nuovi orizzonti, una produzione continua ed indefinibile di sostanze del piacere s’insinuano negli spazi cerebrali per donarti nuove sensazioni che ripulsano lungo le arterie e le vene fino al cuore: senti un’enfasi vivace di ritorno alla vita, mentre metti le ultime cose in valigia, metti in ordine le prenotazioni, controlli l’orologio costantemente in attesa del momento di uscire da quella casa e percorrere la strada che ti porterà all’aeroporto.

Quel giorno tutto sembrava iniziare secondo buoni auspici. La mia dottoressa, neurologa e ricercatrice, quel giorno, alle ore 12:00 in punto, avrebbe ritirato il Premio Rita Levi Montalcini per la Ricerca al Quirinale dalle mani del Capo dello Stato, alla presenza del noto Premio Nobel a cui il riconoscimento è intitolato. Ad emozione si aggiungeva emozione, mentre correvo tra la TV e il computer controllando chi per primo avrebbe dato la notizia; Matteo già mi prendeva in giro: «Ste, guarda che non lo devono consegnare a te!», mi diceva, percependo la mia visibile commozione che certo non nasceva da semplice curiosità verso il tuo medico, insignito di cotanta onorificenza, c’era qualcosa di più, come del resto s'intuisce da quell'aggettivo possessivo che apre un mondo (la mia paziente, la mia dottoressa): c’era ancora un senso di condivisione, quel legame che hai costruito a poco, a poco, con le sue criticità, i suoi dubbi, le sue perplessità e diffidenze reciproche, ma anche fiducia, stima, dialogo, ed infine affetto, perché, come tengo sempre a precisare, i farmaci tradiscono, le terapie falliscono, ma i sentimenti no, arrivano con tutta la loro forza e ti attraversano, ti cambiano, ti arricchiscono. Un legame certo fragile ed intenso, come del resto lo sono tutte le cose belle.

Visti tutti i telegiornali e visitato il sito dell’AISM, alle tre del pomeriggio partivamo con i miei genitori ad accompagnarci: lungo la strada, mentre mio padre indicava e commentava, con le sue dotte nozioni di storia e di botanica, il paesaggio, costringendo Matteo all’ascolto; io come al solito mi rifugiavo nel mio distante straniamento; adoro i lunghi viaggi in macchina, e soprattutto in treno, per perdermi nell’infinito dei cieli e delle campagne, in chissà quali pensieri lontani. Ci sono solo io e il fuori, la natura, le case, le greggi e le nuvole, a dare un senso al cielo. Nuvole, nuvole ed ancora nuvole, dalle più svariate forme e sfumature di colore, ad evocare pensieri ed emozioni dei cieli che verranno o che sono già passati, di altri luoghi, di altri spazi.
Ma loro, le nuvole, sono sempre là, e ti accompagnano, limitandosi a scorrere da lassù, senza troppo rumore e troppe ombre, semplicemente “vanno, vengono”.

L’aeroporto di Alghero è piuttosto piccolo. Certo è difficile perdersi. Passati i vari controlli, ci ritroviamo a fare la fila per salire sull’aereo. La fauna presente sull’aereo è alquanto variegata: gli italiani si distinguono perché non osano accennare una mezza parola d’inglese; c’è lo svedese con il baffone lungo ed arricciato, la classica famigliola svedese con un non so che di intellettuale e trasgressivo, un gruppo di ragazzi sordomuti biondissimi, dagli occhi particolarmente attrattivi per le loro tonalità tra il celeste e l’azzurro; si parlano con il linguaggio dei segni e mi dicono più cose con quei gesti che se mi parlassero in svedese, specie quando simulano il cuore che batte per descrivere la loro emozione. In quell’istante mi sento solo un essere umano e tutte le distanze sono certo più corte, più raggiungibili. C’è anche un poco simpatico gruppo di giovanissimi svedesi “alternativi”, particolarmente molesti, iperattivi e maleodoranti”. Cantano “Lemon Tree”, un pezzo che mi pare vecchio anche a me che avrò quasi dieci anni di più.


Nuvole, ancora nuvole, intorno a noi, sotto di noi, immensità di bianca esistenza, distese di vapore che si condensa per regalarci ancora piogge e neve e grandine ed ombra, nelle afose giornate estive della mia città che lascio. Il sole tramonta con una spettacolare espressione di colori.
Siamo arrivati. Non resta che dirigerci verso il centro della città.

La navetta che ci porta dall’aeroporto Skavsta alla Central Station è un pullman nuovo e spazioso. Il driver ci dà il benvenuto e ci ricorda dove siamo e dove ci porterà quel mezzo fra circa “eighty minutes”, ovvero ottanta minuti. La strada nemmeno la senti, tanto è ben tenuta, mentre tu, sulla tua comoda poltroncina, cerchi di intuire i paesaggi immersi nel buio della notte. Noti subito ampi spazi, percorsi ben illuminati e segnalati. Ai lati ci sono distese boschive enormi ed acqua, tanta acqua, per te che vieni da una terra siccitosa e dalla vegetazione ben più bassa e secca.
Stoccolma è una vecchia signora che ti guarda indifferente, con il suo abito da sera dalle mille luci, ponti, strutture futuristiche che si accompagnano, senza alcuna violenza, alla storia d’Europa: è la città futura, pensi. E tutto si riflette sul Mälaren, in un gioco di luci e di specchi che ti accoglie cortese, senza alcuna invadenza, come del resto sanno fare bene gli svedesi. Giunti a destinazione, dopo quel viaggio in quel bus attrezzato di pedana per disabili, possibilità di salire con i passeggini e le biciclette, il bagno ed ogni servizio di sorta, l’autista ci avvisa che siamo arrivati e ci ringrazia per aver scelto la loro compagnia di trasporti. Ti rendi conto di essere in un altro mondo.

Alla stazione centrale ci aspetta Federico, l’amico che ci ospiterà per questa notte e ci farà da Cicerone per le strade di Stoccolma. Riusciamo fortunatamente a prendere l’ultimo treno per i pendolari che ci porta nel borgo, non lontano dalla città, dove il nostro amico abita. Ancora qualche centinaio di metri a piedi ed ecco che scopriamo la prima particolarità: nelle case svedesi ci si toglie le scarpe all’entrata. Il legno impera, compreso il pavimento, e messo qualcosa sotto i denti, vista l’ora tarda, si va a dormire. Il sistema di riscaldamento è ottimo e a dir la verità la temperatura non è per niente inospitale. Meglio del previsto. Così, finalmente si riposava, pronti a vivere la nostra avventura svedese.

 

TO BE CONTINUED…

S.C.

  

 

PS: da domani metto le foto.

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categoria : riflessioni, swedish dream

postato da FronEsis82 alle ore 08:54
mercoledì, 21 maggio 2008


Fuga da Alcatraz
Tutto è cominciato in un afoso pomeriggio di fine marzo. Io stavo china sul manuale di Diritto del lavoro, con quel malessere silenzioso che m'angosciava, risalendo per lo stomaco fino alla gola in una morsa che finiva per soffocarmi, per non parlare del cuore che pareva più disperato del cervello, battendo così velocemente da riuscire a sentirlo, riempendo i pensieri di un infinito senso di frustrazione e di ansia, un misto d'inquietudine e d'impotenza.

Così, mentre il pastello blu correva appena sopra il righello, percorrendo teorie giurisprudenziali e reali pratiche giuridiche, io nel pensier mi fingo, in quell'abissale profondità, buia ed inestricabile, nello spazio convulso del mio io, dove ossessivamente si ripetono, tormentandomi, quegli insulsi “abbastanza”: perché non ho fatto abbastanza, non ho detto abbastanza, non ho studiato abbastanza, non ho scritto abbastanza, non ho letto abbastanza, non ho abbastanza conoscenze o reti sociali, non ho vissuto abbastanza, non ho imparato abbastanza, non sono stata abbastanza brava, non ho portato abbastanza risultati, ed alla fin fine non è mai, mai, abbastanza.

Non c'è tempo.

Non c'è tempo, non c'è tempo, continui a dirti torturandoti, ma tempo per cosa? Perché non c'è tempo? È quell'astenia prolungata, ingestibile, prostrante ed infine dolorosa, quando ti alzi la mattina che sei già stanca, quando passi le serate cercando delle energie che finiscono per non arrivare, lasciandoti soltanto la forza per disperarti per quello che non hai fatto, per quello che non hai detto, per quello che non hai studiato, per quello che non hai scritto, che non hai letto, che non hai vissuto, che non hai imparato, che non hai conseguito, che non hai.

Non c'è tempo.

E così, quando le pagine si facevano ormai pesanti, il colore meno intenso ed il tratto più incerto, ho alzato lo sguardo e stava lì, sopra lo specchio, con quell'azzurro e quella croce di color giallo al centro. Non ebbi alcuna esitazione, come sempre accade di fronte ad una fine imminente, sarà stato forse l'istinto di sopravvivenza, un raptus di follia, non so, girai il capo verso Matteo, che studiava rannicchiato sul letto, e dissi con voce ferma:
«Amo, controlla i voli per Stoccolma, subito, fine maggio, primi di giugno si va in Svezia»
Stupito, il povero Matteo, mi guardò con gli occhi spalancati, quasi intimorito da quella scelta che pareva affrettata, assurda.
«Sei sicura? Ma stai scherzando o lo stai dicendo sul serio?» mi rispose a mezza voce, con un ghigno ridanciano che pareva dire speriamo, ma non ci credo.
Io: «Mai stata così seria, controlla questi c***o di voli, velocemente, perché fra cinque minuti potrei cambiare idea!»

Mi prendo un po' di tempo per me.

Così eccomi qui, domani sera alle 19:20, parte il mio diretto Alghero-Stoccolma. Un giro nella capitale, e poi nel fine settimana un treno attraversa il sud della Svezia per portarci a Lund, storica città universitaria. Il lunedì si torna a Stoccolma per ripartire il giorno seguente.
Per i particolari rimando ai miei prossimi appunti di viaggio, al mio ritorno. A presto.


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