In questo periodo sto dando una prima lettura al Rapporto Sapir (Europa, un’agenda per la crescita, il Mulino, 2004.) in preparazione dell’esame di politica economica europea. Devo prepararmi psicologicamente all’idea che gli economisti ragionano ancora in termini di crescita, che utilizzano concetti quali flessibilità e mobilità del lavoro che tu devi introiettare come fosse la Parola del Vangelo e che non potrai certo discutere all’esame; sorridendo ripeterai queste “grandi verità”, e consapevole del tuo ruolo subalterno, farai violenza su te stessa per un voto in più sul libretto.
Sulle tematiche del lavoro se ne sentono tante e proprio quando voglio farmi del male e capire fino a che punto l’ideologia neoliberista si spinga, guardo una trasmissione che si chiama “Okkupati”, rovinandomi puntualmente il pranzo. La k è ovviamente un espediente che fa “gggiovane”.
Questo programma mette in luce tutte le più grandi fesserie che si dicono a proposito di occupazione: in primis è molto evidente che lavoro non ce n’è, che ne dicano, perché non fanno che convincerti che “bisogna fare impresa”, che esistono mestieri caduti in desuetudine che nessuno vuole fare più e invece pare che se ne abbia la necessità, tipo il ciabattino (il ciabattino c***o, ma non si può sentire!), che bisogna puntare sul sistema formativo e allora ti bombardano di corsi e corsuncoli, contratti di formazione, a progetto, interinali e altre oscenità, oppure ti propongono attività lavorative talmente usuranti che non convincono nemmeno i poveri extra comunitari senza permesso di soggiorno.
Così, mentre ti presentano la tua grande prospettiva per il futuro, ovvero “il maestro d’ascia”, intervistando un uomo che ha trent’anni, ma ne dimostra ottanta data la fatica del suo mestiere, pensi alla tua laurea in Scienze Politiche, al blocco dei concorsi e ti chiedi per che cosa hai studiato finora, visto che lo stesso Sapir scrive chiaramente che in Italia l’alta specializzazione non serve a nulla perché mancano le figure professionali di riferimento, constatato il livello di R&S (ricerca e sviluppo) del nostro caro Paese di Pulcinella. Insomma, è più facile raccogliere pomodori in semi schiavitù, che occuparti dell’amministrazione di una grande azienda, privata o pubblica.
Ma ad “Okkupati” hanno trovato la soluzione a quella che in economia si definisce “disoccupazione di lungo periodo”: recuperare mestieri che, “chissà perché”, nessuno vuole più fare: sono rimasta allibita quando ho visto il servizio sullo spazzacamino, sul maestro d’ascia, sui minatori del Sulcis che tutti contenti auguravano ai figli di far lo stesso mestiere perché tra la silicosi e la fame era meglio la prima, per non parlare degli annunci dove si ricerca “uomo di fatica” all’interno delle categorie protette.
A proposito di categorie protette, mi è capitato di sentire delle colleghe lamentarsi per i posti di lavoro riservati ai disabili; è la solita storia della guerra fra poveri, dove si prendono per privilegi diritti di persone che non potranno mai competere al loro pari livello nel mercato del lavoro. In quel caso sono stata zitta perché volevo capire dove si andava a parare, ma credo che quando riprenderanno il discorso, avrò modo di leggergli la vita!
Tornando a noi, arrivati la servizio sul falegname, perché adesso sono fissati con l’artigianato ed il prodotto di nicchia, come se queste occupazioni possano creare milioni di posti di lavoro, non ce la faccio più e commento “Ma questi hanno sbagliato il nome del programma, dovevano chiamarsi Disokkupati! Non convincono più nessuno con questa tiritera dei contratti di formazione lavoro!”. Matteo sarcasticamente mi rimprovera: “Ste, sei proprio una cafona, non si dice disoccupati, si dice diversamente occupati”. Ed io, che già mi sto sbellicando dalle risate: “Ma con la c o con la k?”. Matteo: “Dipende, la k è solo per i gggiovani!”.
S.C.