Jaspers affermava che i sentimenti sono
“tutto quanto vi è di psichico che non appartiene alla coscienza obiettivabile cioè alla sfera intellettiva (percezioni, idee, rappresentazioni, giudizio, ecc) né all’impulso istintuale”
Non sono parte della ragione, né dell’istinto, piuttosto sono una specificità umana che compone la nostra intelligenza emotiva, costituendo la nostra sfera affettiva.
Se a volte preferiremmo che i sentimenti possano essere codificati, come ha fatto la scienza con il DNA, o come ha fatto la grafica digitale con le immagini ed i colori, è certo che così facendo ne verrebbero snaturati e per questo perderebbero ogni magia. Sarebbe forse più facile e rassicurante, ma tutto ciò sarebbe assolutamente noioso.
Sospesi
Si consiglia di ascoltare il brano di N.P. Molvaer, Kakonita, durante la lettura del racconto.
Quel pomeriggio Laura entrò, per caso, nella sua stanza. Aveva interrotto la correzione di un testo, dovendo rivedere una citazione, e sapeva bene che nello scaffale di Marco avrebbe recuperato facilmente il libro che cercava.
Lo trovò seduto sulla poltrona, immobile, la cui forma a malapena si riconosceva, rintanato in quell’oscurità, mentre fissava la finestra che dava sulla strada, con quel suo sguardo sospeso entro ciò che si riusciva a distinguere, tra le pieghe e le trasparenze della tenda; solo la tromba di Nils Petter Molvaer colorava l’ambiente di lontane aurore scandinave.
Lei aveva imparato a temere quei silenzi, quella distanza del pensiero, prima ancora che dei corpi, che riempiva quello spazio e le lasciava un gran senso di vuoto. Così, si decise ad agire: per prima cosa accese la luce e ruppe quella calma apparente, con il suo fare dinamico e frenetico.
Marco portò la mano destra sugli occhi ed infastidito tuonò: «Spegni quella luce, maledizione!».
«Allora? La vuoi smettere di fare il vampiro? Non ho intenzione di stare con uno che fa il morto prima del tempo, non mi piace che vieni qui a seppellirti» disse con voce ferma Laura, avvicinandosi alla libreria.
«Ho bisogno di stare da solo, ho molto da pensare, evidentemente» disse lui, piuttosto scostante, mantenendo quella sua staticità, per quanto compromessa dall’intrusione di lei.
Laura intanto, continuava a scorrere i titoli dei volumi. Marco iniziò ad incattivirsi, mal sopportando quell’inaspettata interruzione: «Se non ti piace il mio comportamento, nessuno ti trattiene… quella è la porta» disse, sollevando il braccio sinistro ad indicare l’uscita, mentre lei, di spalle, sentiva tutta la violenza di quella voce terribile e dura, e di quel movimento, che riempiva la stanza e rendeva l’aria pesante.
Lei si girò, tra le mani un saggio di Erich Fromm; le sue parole risuonarono preoccupate tra le note di Molvaer: «Pensi forse di risolvere questo tuo malessere allontanandomi? Non fai che cercare di separarti da me dal giorno della diagnosi». Marco continuava a non guardarla in viso, e sfuggente al suo sguardo, si limitava a sentenziare da quella poltrona, rivolta verso la finestra, e lei, alle sue spalle, iniziava ad irrigidirsi, mentre la voce si era fatta tremante ed il linguaggio incerto. «Infatti, è colpa mia… è che non riesco… non sono capace di mandarti via… » disse lui, scuotendo la testa.
L’uomo portò le dita tra i capelli e poggiò la fronte sul palmo della mano, e con voce sommessa parlò dolorosamente: «Non sai cosa vuol dire… non capisci…».
Laura, esasperata, divenne inquieta ed iniziò ad alzare i toni, balbettando dalla rabbia: «Ma cosa vuoi da me? Lo capisci che io non ho paura di niente… pensi forse di avere l’esclusiva? Domani potrei avere un incidente ed avere io bisogno di te, non faccio altro che quello che faresti tu al mio posto… o sbaglio?».
Lui continuava a tormentarsi i capelli: «Non è così semplice, non immagini nemmeno lontanamente cosa significhi… proprio tu mi fai la predica, tu che non riesci nemmeno a guardarmi quando mi faccio la puntura! Non hai nessun obbligo nei miei confronti, puoi uscire da quella porta e chiudere così, senza rancore».
Laura rispose con la voce interrotta da quel magone che la soffocava: «Vuoi sapere se ti spingerò la carrozzina? È questo che vuoi sapere, no?». Passarono tre miseri secondi, tre, contati. Una pausa che pesava come l’attesa prima di un verdetto. «Sì, va bene, ti spingerò la carrozzina se sarà necessario!» continuò lei, con quella frase che li trafisse come una coltellata, spogliandoli di ogni ipocrisia, nudi, fragili uomini Laura e Marco, che fino ad allora non avevano nemmeno nominato la sua malattia, perché tutto questo aveva il sapore dell’ovvietà.
Lei arrestò la mano tremante a pochi centimetri dalla spalla di lui, anch’essa sospesa come lo sguardo dell’uomo, che ancora pareva immobile, con quella sua fermezza costruita, pezzo per pezzo per l’occasione; ma i suoi occhi iniziarono ad inumidirsi e ben presto furono pianto, trattenuto e silente, asciutto e dignitoso. Fu allora che lei non indugiò più e si strinse con forza al suo collo. Quegli attimi si riempirono di significato, ed anche la tromba pareva accompagnare quella profondità vitale che li riportava alla normalità. Marco si alzò, sollevando dolcemente le braccia di lei dal suo petto e le sorrise, dirigendosi verso lo stereo.
Aspettò che lei prendesse la via per tornare nel suo studio, ed interrompendo il suo incedere, mentre guardava i suoi lunghi capelli corvini, le disse tristemente: «L’importante è che tu sappia sempre dov’è la porta…».
S.C.